Scuola, sanità e potere d'acquisto di stipendi e pensioni: le scelte della politica che minano la fiducia nelle Istituzioni

Dalla riduzione delle risorse per l'istruzione alle difficoltà della sanità pubblica, fino all'erosione del valore di stipendi e pensioni. La legge di bilancio 2027 riapre interrogativi sulle priorità della politica e sulla capacità dello Stato di garantire diritti, equità sociale e prospettive credibili alle nuove generazioni.

 

La legge di bilancio per il 2027, attualmente all'esame del Parlamento, riporta al centro del dibattito una questione che attraversa da anni la politica italiana: la tendenza a considerare la scuola, la sanità e, non da ultimo, le pensioni come settori sui quali intervenire per contenere la spesa pubblica, anziché come ambiti fondamentali nei quali investire per garantire il benessere dei cittadini e lo sviluppo del Paese. 

La scuola pubblica rappresenta uno degli esempi più significativi di questa contraddizione. Negli ultimi vent'anni, le politiche di contenimento della spesa hanno inciso profondamente sull'organizzazione del sistema scolastico. Il calo demografico e la conseguente diminuzione delle classi costituiscono certamente elementi oggettivi, ma non possono giustificare automaticamente la riduzione degli investimenti. Al contrario, una popolazione scolastica meno numerosa potrebbe offrire l'opportunità di migliorare la qualità dell'insegnamento, ridurre il numero degli alunni per classe, potenziare i servizi e contrastare più efficacemente le disuguaglianze educative.

I dati OCSE confermano la necessità di una riflessione sulle priorità della spesa pubblica. Nel 2023, gli investimenti pubblici italiani nell'istruzione primaria e secondaria, compresi i percorsi post-secondari non terziari, rappresentavano il 2,7% del PIL, contro una media OCSE del 3,1%. Una distanza che richiama l'esigenza di scelte politiche più attente alla formazione delle nuove generazioni.

A rendere più evidente questa situazione contribuiscono le condizioni di numerosi edifici scolastici, ancora bisognosi di interventi di adeguamento, manutenzione e messa in sicurezza, nonché il trattamento economico dei docenti italiani, marcatamente inferiore a quello di altri lavoratori con analogo livello di istruzione (33%) e ai docenti degli altri Paesi europei. Un divario che, pur in presenza di recenti interventi contrattuali, rende necessario un più deciso riconoscimento economico e sociale della professione docente.  

Eppure, proprio alla scuola si chiede di contrastare la dispersione scolastica, promuovere l'inclusione, educare alla legalità, sviluppare il pensiero critico e preparare i giovani ad affrontare le trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali. Non si può pretendere una scuola sempre più efficiente e attribuirle responsabilità educative sempre maggiori senza assicurarle risorse, strutture e personale adeguatamente valorizzato. Investire nell'istruzione significa investire nella crescita culturale, civile ed economica dell'intera collettività.

Non meno preoccupante è il quadro della sanità pubblica italiana, attraversata da difficoltà strutturali che le politiche dei diversi Governi non sono riuscite a superare. Gli incrementi nominali degli stanziamenti non sempre si traducono in un effettivo miglioramento dei servizi, soprattutto quando si considerano l'inflazione, l'invecchiamento della popolazione e il crescente fabbisogno assistenziale. A ciò si aggiungono profonde disuguaglianze territoriali, che rendono l'accesso alle prestazioni sanitarie sensibilmente diverso da una Regione all'altra.

I dati ISTAT restituiscono una realtà particolarmente significativa: nel 2024 circa 5,8 milioni di italiani, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico, per ragioni economiche, lunghe liste d'attesa o difficoltà di accesso alle strutture. Un fenomeno che assume un significato ancora più grave se si considera che il diritto alla salute è espressamente riconosciuto dall'articolo 32 della Costituzione.

Nel frattempo, una parte consistente dei costi dell'assistenza ricade direttamente sulle famiglie, sempre più spesso costrette a rivolgersi alla sanità privata per ottenere prestazioni in tempi ragionevoli. Alle difficoltà economiche si aggiunge la crisi del personale sanitario: medici e infermieri, gravati da carichi di lavoro impegnativi e condizioni professionali non sempre adeguate, abbandonano in parte le strutture pubbliche, orientandosi verso il settore privato o verso opportunità lavorative all'estero.

Il risultato è un sistema nel quale il reddito e il luogo di residenza rischiano di condizionare concretamente l'esercizio di un diritto fondamentale. Occorrono, pertanto, investimenti adeguati, una più efficiente organizzazione dei servizi, il potenziamento della medicina territoriale, la riduzione delle liste d'attesa e una reale valorizzazione del personale sanitario. La salute non può diventare un diritto pienamente esercitabile soltanto da chi dispone delle risorse economiche necessarie.

A completare questo quadro si aggiunge la progressiva erosione del potere d'acquisto di stipendi e pensioni, che continua a incidere sulle condizioni economiche di milioni di famiglie. Gli aumenti retributivi e gli adeguamenti previdenziali non sempre riescono a compensare le perdite accumulate negli anni di maggiore inflazione e l'aumento effettivo del costo della vita.

Particolarmente controversi risultano i ripetuti interventi legislativi sulle percentuali di rivalutazione delle pensioni, soprattutto medio-alte, che possono determinare perdite di potere d'acquisto destinate a protrarsi nel tempo. Le pensioni rischiano così di essere considerate una sorta di bancomat al quale attingere per esigenze di bilancio, dimenticando che rappresentano il risultato di una vita di lavoro e di contributi versati. Non si tratta di negare la necessità di garantire la sostenibilità del sistema previdenziale, ma di evitare che le esigenze finanziarie dei Governi prevalgano sistematicamente sulla tutela del valore economico e sociale dei trattamenti pensionistici.

Una politica che considera stipendi e pensioni prevalentemente come variabili di aggiustamento dei conti pubblici rischia di mortificare la dignità di lavoratori e pensionati, alimentando un sentimento di sfiducia nei confronti delle Istituzioni e della classe politica.

Scuola, sanità e dignità economica dei cittadini costituiscono, dunque, aspetti diversi di una medesima questione: la qualità delle scelte politiche e la capacità dello Stato di garantire concretamente i diritti riconosciuti dalla Costituzione. Non basta richiamare periodicamente l'importanza dell'istruzione, della salute e della giustizia sociale se tali principi non trovano un adeguato riscontro nelle decisioni di bilancio e nell'effettiva qualità dei servizi.

È necessario invertire questa tendenza attraverso una programmazione economica lungimirante, che consideri la spesa per l'istruzione e la sanità un investimento strategico, assicuri una maggiore tutela del potere d'acquisto e accompagni il risanamento dei conti pubblici con criteri di equità, trasparenza e responsabilità. 

Angelo Losavio

 

La legge di bilancio per il 2027, attualmente all'esame del Parlamento, riporta al centro del dibattito politico una questione che da troppo tempo attende risposte convincenti: quali sono le vere priorità del nostro Paese? E, soprattutto, fino a che punto è accettabile continuare a perseguire gli equilibri della finanza pubblica attraverso interventi che rischiano di penalizzare settori fondamentali per la qualità della vita dei cittadini e per lo sviluppo economico e sociale dell'Italia?

 

Scuola, sanità, stipendi e pensioni rappresentano, sotto aspetti diversi ma strettamente collegati, i punti più delicati di una situazione che non può essere liquidata con il consueto richiamo alla scarsità delle risorse disponibili. Le difficoltà della finanza pubblica sono reali, ma altrettanto reali sono le responsabilità di una classe politica che, nel succedersi dei governi e delle maggioranze parlamentari, non sempre ha saputo distinguere tra esigenze contingenti di bilancio e investimenti indispensabili per l'avvenire del Paese.

 

La scuola costituisce, probabilmente, l'esempio più significativo di questa contraddizione. Negli ultimi vent'anni, il sistema scolastico italiano ha risentito di politiche di contenimento della spesa che non possono essere spiegate esclusivamente con il calo demografico e la conseguente diminuzione della popolazione studentesca. I confronti internazionali dell'OCSE e le rilevazioni statistiche nazionali evidenziano criticità persistenti, soprattutto in relazione all'incidenza degli investimenti nell'istruzione sulla ricchezza prodotta dal Paese.

 

La scuola, anziché essere considerata una risorsa strategica, continua troppo spesso a essere trattata come una voce di spesa sulla quale intervenire per recuperare risorse finanziarie. Una scelta tanto più discutibile se si considera che numerosi edifici scolastici presentano ancora carenze strutturali, impiantistiche e documentali in materia di sicurezza, mentre permangono profonde differenze territoriali nella qualità degli ambienti di apprendimento e nelle opportunità formative.

 

A tutto questo si aggiunge la condizione economica e professionale dei docenti italiani, le cui retribuzioni risultano, nei confronti internazionali, generalmente inferiori a quelle riconosciute in diversi altri Paesi europei comparabili. Una situazione che mortifica il valore sociale dell'insegnamento e rischia di compromettere progressivamente l'attrattività della professione.

 

Eppure, proprio alla scuola viene affidato il compito più impegnativo: formare cittadini consapevoli, contrastare le disuguaglianze, promuovere il merito, favorire l'inclusione e preparare le nuove generazioni alle trasformazioni culturali, scientifiche e tecnologiche della società contemporanea.

 

Non si può pretendere una scuola migliore continuando a considerare l'istruzione un costo da contenere, anziché un investimento da valorizzare. Occorrono risorse adeguate e stabili, un piano pluriennale di messa in sicurezza degli edifici, il miglioramento delle condizioni di lavoro del personale, una più equa valorizzazione economica della funzione docente e interventi capaci di ridurre concretamente i divari territoriali.

 

Non meno preoccupante è il quadro della sanità pubblica, uno dei pilastri fondamentali dello Stato sociale e una delle conquiste più importanti della nostra democrazia.

 

Il Servizio sanitario nazionale, fondato sui principi dell'universalità, dell'uguaglianza e dell'equità nell'accesso alle cure, attraversa da anni difficoltà strutturali che si manifestano attraverso liste d'attesa spesso incompatibili con le necessità dei pazienti, carenza di personale, sovraffollamento dei pronto soccorso e crescenti differenze tra i servizi garantiti nelle diverse regioni.

 

La questione non riguarda soltanto l'ammontare nominale dei finanziamenti. Un eventuale aumento delle risorse, se insufficiente a compensare l'inflazione sanitaria, l'invecchiamento della popolazione e la crescita dei bisogni assistenziali, può tradursi in una riduzione della capacità effettiva del sistema di garantire prestazioni adeguate.

 

È questa la distinzione che dovrebbe orientare una valutazione seria delle politiche sanitarie: non quanto si annuncia di spendere, ma quali servizi vengono realmente assicurati ai cittadini, in quali tempi e con quale qualità.

 

Le differenze regionali accentuano ulteriormente le disuguaglianze. Il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, rischia di assumere caratteristiche diverse a seconda del territorio di residenza e delle disponibilità economiche individuali. Chi dispone delle risorse necessarie può rivolgersi alle strutture private; chi non può permetterselo è spesso costretto ad attendere, a rinviare accertamenti diagnostici e trattamenti oppure, nei casi più gravi, a rinunciare alle cure.

 

Le rilevazioni dell'ISTAT documentano il fenomeno della rinuncia alle prestazioni sanitarie per ragioni economiche, difficoltà di accesso e tempi d'attesa. Milioni di cittadini incontrano ostacoli nell'esercizio di un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a tutti, indipendentemente dal reddito e dalla condizione sociale.

 

A rendere ancora più difficile la situazione contribuiscono l'abbandono delle strutture pubbliche da parte di una quota di medici e infermieri, le difficoltà di reclutamento, i carichi di lavoro eccessivi e la ricerca di condizioni professionali ed economiche più favorevoli nel settore privato o all'estero.

 

Ne deriva un circolo vizioso: meno personale significa servizi più difficili da garantire, tempi d'attesa più lunghi, maggiore ricorso alla sanità privata e un progressivo indebolimento della fiducia nel sistema pubblico.

 

Una sanità che costringe i cittadini a scegliere tra pagare di tasca propria e rinunciare a curarsi non realizza pienamente il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.

 

Servono, pertanto, finanziamenti coerenti con i bisogni reali, investimenti nella medicina territoriale, una programmazione più efficace del personale, retribuzioni e condizioni di lavoro capaci di trattenere medici e infermieri nel servizio pubblico e un sistema trasparente di verifica dei tempi d'attesa e della qualità delle prestazioni.

 

Accanto alla scuola e alla sanità si colloca un'altra questione, altrettanto rilevante per la tenuta economica e sociale del Paese: la progressiva erosione del potere d'acquisto degli stipendi e delle pensioni.

 

Negli ultimi anni, l'aumento dei prezzi dei beni e dei servizi essenziali ha inciso pesantemente sui bilanci familiari. Le retribuzioni, soprattutto in termini reali, hanno incontrato difficoltà a recuperare il terreno perduto, mentre una parte consistente dei pensionati ha subito gli effetti di meccanismi di rivalutazione che non sempre hanno garantito una piena compensazione dell'inflazione.

 

La questione assume particolare rilevanza per le pensioni medio-alte, ripetutamente interessate da interventi legislativi che hanno limitato la perequazione automatica. Si tratta di trattamenti previdenziali spesso maturati attraverso decenni di lavoro e contribuzione, sui quali i governi sono intervenuti per conseguire risparmi di spesa.

 

La pensione non è una concessione dello Stato, né un privilegio da ridimensionare secondo le necessità del momento: rappresenta, nella sua componente previdenziale, il risultato di una vita lavorativa e dei contributi versati.

 

Ciò non significa ignorare le esigenze di solidarietà o la necessità di tutelare maggiormente le pensioni più basse. Significa, piuttosto, interrogarsi sulla ragionevolezza e sulla continuità di interventi che, anno dopo anno, possono determinare una perdita permanente di valore dei trattamenti pensionistici.

 

Quando la rivalutazione non recupera integralmente l'inflazione, infatti, la perdita non riguarda soltanto l'anno in cui viene applicata la limitazione: il minor importo rivalutato diventa la base sulla quale si calcolano gli adeguamenti successivi, producendo effetti che possono protrarsi nel tempo.

 

Le pensioni non possono continuare a rappresentare un bancomat al quale attingere ogni volta che occorre reperire risorse per finanziare altre misure di politica economica e sociale.

 

Analoga attenzione merita la condizione dei lavoratori dipendenti, i cui stipendi, in numerosi settori, non hanno tenuto il passo con l'aumento del costo della vita. Il problema investe anche il pubblico impiego e riguarda la capacità delle retribuzioni di garantire non soltanto un'esistenza dignitosa, ma anche opportunità di crescita economica e sociale.

 

Una politica salariale efficace richiede rinnovi contrattuali tempestivi, interventi sul cuneo fiscale, contrasto al lavoro povero, sostegno alla produttività e una distribuzione più equilibrata dei benefici della crescita economica. Per le pensioni occorre invece un sistema di rivalutazione più stabile, equo e prevedibile, che concili la sostenibilità finanziaria con la tutela del potere d'acquisto e il rispetto dei diritti maturati.

 

Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Scuola, sanità, stipendi e pensioni non sono questioni separate, ma aspetti diversi di un medesimo problema: la capacità della politica di perseguire concretamente il benessere collettivo e di garantire i diritti fondamentali dei cittadini.

 

Quando la scuola non dispone delle risorse necessarie, si riducono le opportunità delle nuove generazioni. Quando la sanità pubblica perde efficienza, aumentano le disuguaglianze. Quando stipendi e pensioni perdono potere d'acquisto, si indeboliscono la sicurezza economica delle famiglie, i consumi e la coesione sociale.

 

E quando questi fenomeni si ripetono nel tempo, senza che i governi riescano a offrire risposte strutturali e convincenti, a essere compromessa non è soltanto la qualità dei servizi pubblici, ma la stessa fiducia dei cittadini nella classe politica e nelle istituzioni democratiche.

 

Non sarebbe corretto attribuire a un solo governo responsabilità che si sono accumulate nel corso di molti anni. Le criticità attuali sono il risultato di decisioni, omissioni e priorità che hanno attraversato maggioranze politiche differenti. Ma proprio per questo sarebbe altrettanto ingiustificabile continuare a rinviare le soluzioni, trasferendo sistematicamente le responsabilità a chi ha governato in precedenza.

 

Governare significa assumersi la responsabilità delle scelte presenti, indicare priorità verificabili e rendere conto ai cittadini dei risultati conseguiti. Non basta annunciare stanziamenti, riforme e programmi: occorre dimostrare che le risorse impiegate producono miglioramenti concreti e misurabili.

 

È necessario, dunque, un cambiamento nelle priorità della politica, fondato su una programmazione pluriennale degli investimenti pubblici, su una revisione della qualità della spesa, su un contrasto efficace all'evasione fiscale e agli sprechi e su una più equa distribuzione degli oneri necessari al risanamento dei conti pubblici.

 

La sostenibilità finanziaria resta un obiettivo imprescindibile, ma non può diventare l'unico parametro con il quale misurare la bontà delle decisioni politiche. Un bilancio formalmente equilibrato non rappresenta necessariamente un successo se viene conseguito sacrificando servizi essenziali, aggravando le disuguaglianze o compromettendo le opportunità delle generazioni future.

 

La credibilità delle istituzioni non si ricostruisce attraverso le dichiarazioni di principio, ma mediante la coerenza tra gli impegni assunti e i risultati effettivamente raggiunti.

 

È soprattutto alle nuove generazioni che la politica deve dimostrare di saper offrire ragioni concrete per credere nel proprio Paese. Un'Italia che investe poco nella formazione, non valorizza adeguatamente il lavoro, fatica a garantire cure tempestive e non protegge sufficientemente il potere d'acquisto dei cittadini rischia di alimentare sfiducia, disaffezione e un progressivo distacco dalla partecipazione democratica.

 

La questione, in definitiva, non è soltanto economica o finanziaria. È profondamente politica, sociale e, prima ancora, costituzionale. Gli articoli 3, 32, 34, 36 e 38 della Costituzione richiamano principi e diritti che dovrebbero orientare concretamente l'azione dei governi: uguaglianza sostanziale, tutela della salute, diritto all'istruzione, retribuzione dignitosa e protezione previdenziale.

 

Un Paese non si giudica soltanto dalla solidità dei suoi conti pubblici, ma dalla qualità della scuola, dall'efficienza della sanità, dalla dignità riconosciuta al lavoro, dalla tutela degli anziani e dalle opportunità che riesce a garantire ai giovani.

 

È su questi risultati, e non sulla successione degli annunci o sulle contrapposizioni tra maggioranza e opposizione, che dovrebbe essere valutata la responsabilità della classe politica.

 

Perché la fiducia dei cittadini nelle istituzioni non è un patrimonio inesauribile: si conquista attraverso l'esempio, si consolida con la buona amministrazione e si perde quando alle promesse non seguono risposte credibili.

 

E una democrazia che perde la fiducia dei propri cittadini rischia, progressivamente, di perdere anche quella partecipazione consapevole sulla quale si fondano la sua vitalità, la sua autorevolezza e la sua stessa legittimazione.

 

Restituire centralità alla scuola, alla sanità, al lavoro e alla previdenza significa, dunque, non soltanto migliorare le condizioni di vita degli italiani, ma ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. È questa la responsabilità più importante della politica. Ed è una responsabilità che non può essere ulteriormente rinviata.

 

 

 

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Individuazione delle modalità semplificate per l'informativa e l'acquisizione del consenso per l'uso dei cookie - 8 maggio 2014
(Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 126 del 3 giugno 2014)

Registro dei provvedimenti
n. 229 dell'8 maggio 2014

IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

NELLA riunione odierna, in presenza del dott. Antonello Soro, presidente, della dott.ssa Augusta Iannini, vice presidente, della dott.ssa Giovanna Bianchi Clerici e della prof.ssa Licia Califano, componenti e del dott. Giuseppe Busia, segretario generale;

VISTA la direttiva 2002/58/CE del 12 luglio 2002, del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche;

VISTA la direttiva 2009/136/CE del 25 novembre 2009, del Parlamento europeo e del Consiglio, recante modifica della direttiva 2002/22/CE relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in  materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica, della direttiva 2002/58/CE relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche e del regolamento (CE) n. 2006/2004 sulla cooperazione tra le autorità nazionali responsabili dell'esecuzione della normativa a tutela dei consumatori;

VISTO il decreto legislativo 28 maggio 2012, n. 69 "Modifiche al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, recante codice in materia di protezione dei dati personali in attuazione delle direttive 2009/136/CE, in materia di trattamento dei dati personali e tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche, e 2009/140/CE in materia di reti e servizi di comunicazione elettronica e del regolamento (CE) n. 2006/2004 sulla cooperazione tra le autorità nazionali responsabili dell'esecuzione della normativa a tutela dei consumatori" (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31 maggio 2012 n. 126);

VISTO il Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lg. 30 giugno 2003, n. 196, di seguito "Codice") e, in particolare, gli artt. 13, comma 3 e 122, comma 1;

VISTA la precedente deliberazione del Garante recante "Avvio di una consultazione pubblica ai sensi dell'art. 122 volta ad individuare modalità semplificate per l'informativa di cui all'art. 13, comma 3, del Codice in materia di protezione dei dati personali" (Del. n. 359 del 22 novembre 2012, in Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2012 n. 295);

TENUTO CONTO delle indicazioni fornite sul tema dal Gruppo di lavoro per la tutela dei dati personali ex art. 29, in particolare nella Opinion 04/2012 on Cookie Consent Exemption, adottata il 7 giugno 2012, e nel Working Document 02/2013 providing guidance on obtaining consent for cookies, adottato il 2 ottobre 2013 (disponibili rispettivamente ai link  http://ec.europa.eu/justice/data-protection/article-29/documentation/opinion-recommendation/files/2012/wp194_en.pdf e  http://ec.europa.eu/justice/data-protection/article-29/documentation/opinion-recommendation/files/2013/wp208_en.pdf);

TENUTO CONTO delle risultanze dei contributi pervenuti al Garante dai principali fornitori di servizi di comunicazione elettronica, nonché dalle associazioni dei consumatori e delle categorie economiche coinvolte che hanno partecipato alla suindicata consultazione pubblica;

CONSIDERATI gli ulteriori elementi emersi in occasione degli incontri tenutisi a settembre 2013 e febbraio 2014 presso l'Autorità, nell'ambito del tavolo di lavoro avviato dalla stessa al fine di sollecitare un nuovo e più diretto confronto con i suindicati soggetti, nonché con esponenti del mondo accademico e della ricerca che si occupano delle tematiche di interesse;

RITENUTO necessario adottare, ai sensi del combinato disposto degli artt. 13, comma 3, 122, comma 1 e 154, comma 1, lett. c), del Codice, un provvedimento di carattere generale, con il quale  oltre a individuare le modalità semplificate per rendere l'informativa online agli utenti sull'archiviazione dei c.d. cookie sui loro terminali da parte dei siti Internet visitati  si intende fornire idonee indicazioni sulle modalità con le quali procedere all'acquisizione del consenso degli stessi, laddove richiesto dalla legge;

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VISTE le osservazioni dell'Ufficio, formulate dal segretario generale ai sensi dell'art. 15 del regolamento n. 1/2000;

RELATORE il dott. Antonello Soro;

PREMESSA

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Il Garante, consapevole della portata della presente decisione, ritiene pertanto necessario che le misure prescritte nella stessa -ai sensi di quanto previsto dall'art. 122, comma 1, del Codice  siano, da un lato, tali da consentire agli utenti di esprimere scelte realmente consapevoli sull'installazione dei cookie mediante la manifestazione di un consenso espresso e specifico (come previsto dall'art. 23 del Codice) e, dall'altro, presentino il minore impatto possibile in termini di soluzione di continuità della navigazione dei medesimi utenti e della fruizione, da parte loro, dei servizi telematici.

Di tali opposte esigenze, emerse chiaramente anche in occasione della consultazione pubblica e degli incontri tenuti dall'Autorità, si tiene conto in primo luogo nella determinazione delle modalità con le quali rendere l'informativa in forma semplificata.

È peraltro convinzione del Garante che i due temi, dell'informativa e del consenso, vadano necessariamente trattati in maniera congiunta, onde evitare che il ricorso a modalità di espressione del consenso online che richiedano operazioni eccessivamente complesse da parte degli utenti vanifichino la semplificazione realizzata nell'informativa.

4. L'informativa con modalità semplificate e l'acquisizione del consenso online.

Ai fini della semplificazione dell'informativa, si ritiene che una soluzione efficace, che fa salvi i requisiti previsti dall'art. 13 del Codice (compresa la descrizione dei singoli cookie), sia quella di impostare la stessa su due livelli di approfondimento successivi.

Nel momento in cui l'utente accede a un sito web, deve essergli presentata una prima informativa "breve", contenuta in un banner a comparsa immediata sulla home page (o altra pagina tramite la quale l'utente può accedere al sito), integrata da un'informativa "estesa", alla quale si accede attraverso un link cliccabile dall'utente.

Affinché la semplificazione sia effettiva, si ritiene necessario che la richiesta di consenso all'uso dei cookie sia inserita proprio nel banner contenente l'informativa breve. Gli utenti che desiderano avere maggiori e più dettagliate informazioni e differenziare le proprie scelte in merito ai diversi cookie archiviati tramite il sito visitato, possono accedere ad altre pagine del sito, contenenti, oltre al testo dell'informativa estesa, la possibilità di esprimere scelte più specifiche.

4.1. Il banner contenente informativa breve e richiesta di consenso.

Più precisamente, nel momento in cui si accede alla home page (o ad altra pagina) di un sito web, deve immediatamente comparire in primo piano un banner di idonee dimensioni  ossia di dimensioni tali da costituire una percettibile discontinuità nella fruizione dei contenuti della pagina web che si sta visitando  contenente le seguenti indicazioni:

a) che il sito utilizza cookie di profilazione al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dall'utente nell'ambito della navigazione in rete;

b) che il sito consente anche l'invio di cookie "terze parti" (laddove ciò ovviamente accada);

c) il link all'informativa estesa, ove vengono fornite indicazioni sull'uso dei cookie tecnici e analytics, viene data la possibilità di scegliere quali specifici cookie autorizzare;

d) l'indicazione che alla pagina dell'informativa estesa è possibile negare il consenso all'installazione di qualunque cookie;

e) l'indicazione che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un'immagine o di un link) comporta la prestazione del consenso all'uso dei cookie.

Il suindicato banner, oltre a dover presentare dimensioni sufficienti a ospitare l'informativa, seppur breve, deve essere parte integrante dell'azione positiva nella quale si sostanzia la manifestazione del consenso dell'utente. In altre parole, esso deve determinare una discontinuità, seppur minima, dell'esperienza di navigazione: il superamento della presenza del banner al video deve essere possibile solo mediante un intervento attivo dell'utente (appunto attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante il banner stesso).

Resta ferma naturalmente la possibilità per gli editori di ricorrere a modalità diverse da quella descritta per l'acquisizione del consenso online all'uso dei cookie degli utenti, sempreché tali modalità assicurino il rispetto di quanto disposto dall'art. 23, comma 3, del Codice.

In conformità con i principi generali, è necessario in ogni caso che dell'avvenuta prestazione del consenso dell'utente sia tenuta traccia da parte dell'editore, il quale potrebbe a tal fine avvalersi di un apposito cookie tecnico, sistema che non sembra particolarmente invasivo (in tal senso, si veda anche il considerando 25 della direttiva 2002/58/CE).

La presenza di tale "documentazione" delle scelte dell'utente consente poi all'editore di non riproporre l'informativa breve alla seconda visita del medesimo utente sullo stesso sito, ferma restando naturalmente la possibilità per l'utente di negare il consenso e/o modificare, in ogni momento e in maniera agevole, le proprie opzioni relative all'uso dei cookie da parte del sito, ad esempio tramite accesso all'informativa estesa, che deve essere linkabile da ogni pagina del sito.

4.2. L'informativa estesa.

L'informativa estesa deve contenere tutti gli elementi previsti dall'art. 13 del Codice, descrivere in maniera specifica e analitica le caratteristiche e le finalità dei cookie installati dal sito e consentire all'utente di selezionare/deselezionare i singoli cookie. Deve essere raggiungibile mediante un link inserito nell'informativa breve, come pure attraverso un riferimento su ogni pagina del sito, collocato in calce alla medesima.

All'interno di tale informativa, deve essere inserito anche il link aggiornato alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti con le quali l'editore ha stipulato accordi per l'installazione di cookie tramite il proprio sito. Qualora l'editore abbia contatti indiretti con le terze parti, dovrà linkare i siti dei soggetti che fanno da intermediari tra lui e le stesse terze parti. Non si esclude l'eventualità che tali collegamenti con le terze parti siano raccolti all'interno di un unico sito web gestito da un soggetto diverso dall'editore, come nel caso dei concessionari.

Al fine di mantenere distinta la responsabilità degli editori da quella delle terze parti in relazione all'informativa resa e al consenso acquisito per i cookie di queste ultime tramite il proprio sito, si ritiene necessario che gli editori stessi acquisiscano, già in fase contrattuale, i suindicati link dalle terze parti (con ciò intendendosi anche gli stessi concessionari).

Nel medesimo spazio dell'informativa estesa deve essere richiamata la possibilità per l'utente (alla quale fa riferimento anche l'art. 122, comma 2, del Codice) di manifestare le proprie opzioni in merito all'uso dei cookie da parte del sito anche attraverso le impostazioni del browser, indicando almeno la procedura da eseguire per configurare tali impostazioni. Qualora, poi, le tecnologie utilizzate dal sito siano compatibili con la versione del browser utilizzata dall'utente, l'editore potrà predisporre un collegamento diretto con la sezione del browser dedicata alle impostazioni stesse.

Si ricorda che l'uso dei cookie rientra tra i trattamenti soggetti all'obbligo di notificazione al Garante ai sensi dell'art. 37, comma 1, lett. d), del Codice, laddove lo stesso sia finalizzato a "definire il profilo o la personalità dell'interessato, o ad analizzare abitudini o scelte di consumo, ovvero a  monitorare l'utilizzo di servizi di comunicazione elettronica con esclusione dei trattamenti tecnicamente indispensabili per fornire i servizi medesimi agli utenti".

L'uso dei cookie è, invece, sottratto all'obbligo di notificazione sulla base di quanto previsto dal provvedimento del Garante del 31 marzo 2004, che ha inserito espressamente, tra i trattamenti esonerati dal suindicato obbligo, quelli "relativi all'utilizzo di marcatori elettronici o di dispositivi analoghi installati, oppure memorizzati temporaneamente, e non persistenti, presso l'apparecchiatura terminale di un utente, consistenti nella sola trasmissione di identificativi di sessione in conformità alla disciplina applicabile, all'esclusivo  fine di agevolare l'accesso ai contenuti di un sito Internet" (deliberazione n. 1 del 31 marzo 2004, pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 6 aprile 2004 n. 81).

Dal quadro sopra delineato, emerge pertanto che, mentre i cookie di profilazione, i quali hanno caratteristiche di permanenza nel tempo, sono soggetti all'obbligo di notificazione, i cookie che invece hanno finalità diverse e che rientrano nella categoria dei cookie tecnici, ai quali sono assimilabili anche i cookie analytics (v. punto 1, lett. a), del presente provvedimento), non debbono essere notificati al Garante.

6. Tempi di adeguamento.

Come già evidenziato in precedenza, il Garante è consapevole dell'impatto, anche economico, che la disciplina sui cookie avrà sull'intero settore della società dei servizi dell'informazione e, quindi, del fatto che la realizzazione delle misure necessarie a dare attuazione al presente provvedimento richiederà un notevole impegno, anche in termini di tempo.

In ragione di ciò, si ritiene pertanto congruo prevedere un periodo transitorio di un anno a decorrere dalla pubblicazione della presente decisione in Gazzetta Ufficiale per consentire ai soggetti interessati dal presente provvedimento di potersi avvalere delle modalità semplificate ivi individuate.

7. Conseguenze del mancato rispetto della disciplina in materia di cookie.

Si ricorda che per il caso di omessa informativa o di informativa inidonea, ossia che non presenti gli elementi indicati, oltre che nelle previsioni di cui all'art. 13 del Codice, nel presente provvedimento, è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da seimila a trentaseimila euro (art. 161 del Codice).

L'installazione di cookie sui terminali degli utenti in assenza del preventivo consenso degli stessi comporta, invece, la sanzione del pagamento di una somma da diecimila a centoventimila euro (art. 162, comma 2-bis, del Codice).

L'omessa o incompleta notificazione al Garante, infine, ai sensi di quanto previsto dall'art. 37, comma 1, lett. d), del Codice, è sanzionata con il pagamento di una somma da ventimila a centoventimila euro (art. 163 del Codice).

TUTTO CIO' PREMESSO IL GARANTE

1. ai sensi degli artt. 122, comma 1 e 154, comma 1, lett. h), del Codice -ai fini dell'individuazione delle modalità semplificate per l'informativa che i gestori di siti web, come meglio specificati in premessa, sono tenuti a fornire agli utenti in relazione ai cookie e agli altri dispositivi installati da o per il tramite del proprio sito  stabilisce che nel momento in cui si accede alla home page (o ad altra pagina) di un sito web, deve immediatamente comparire in primo piano un banner di idonee dimensioni contenente le seguenti indicazioni:

b) che il sito consente anche l'invio di cookie "terze parti" (laddove ciò ovviamente accada);

c) il link all'informativa estesa, che deve contenere le seguenti ulteriori indicazioni relative a:

•  uso dei cookie tecnici e analytics;

•  possibilità di scegliere quali specifici cookie autorizzare;

• possibilità per l'utente di manifestare le proprie opzioni in merito all'uso dei cookie da parte del sito anche attraverso le impostazioni del browser, indicando almeno la procedura da eseguire per configurare tali impostazioni;

d) l'indicazione che alla pagina dell'informativa estesa è possibile negare il consenso all'installazione di qualunque cookie;

e) l'indicazione che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un'immagine o di un link) comporta la prestazione del consenso all'uso dei cookie;

2. ai sensi dell'art. 154, comma 1, lett. c), del Codice  ai fini di mantenere distinta la responsabilità dei gestori di siti web, come meglio specificati in motivazione, da quella delle terze parti  prescrive ai medesimi gestori di acquisire già in fase contrattuale i collegamenti (link) alle pagine web contenenti le informative e i moduli per l'acquisizione del consenso relativo ai cookie delle terze parti (con ciò intendendosi anche i concessionari).

Si dispone che copia del presente provvedimento sia trasmessa al Ministero della giustizia ai fini della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana a cura dell'Ufficio pubblicazione leggi e decreti.

Roma, 8 maggio 2014

IL PRESIDENTE
Soro

IL RELATORE
Soro

IL SEGRETARIO GENERALE
Busia

 

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