Scuola, sanità e potere d'acquisto di stipendi e pensioni: le scelte della politica che minano la fiducia nelle Istituzioni
- Inserito 05 Novembre 2026
- da Redazione
Dalla riduzione delle risorse per l'istruzione alle difficoltà della sanità pubblica, fino all'erosione del valore di stipendi e pensioni. La legge di bilancio 2027 riapre interrogativi sulle priorità della politica e sulla capacità dello Stato di garantire diritti, equità sociale e prospettive credibili alle nuove generazioni.
La legge di bilancio per il 2027, attualmente all'esame del Parlamento, riporta al centro del dibattito politico una questione che da troppo tempo attende risposte convincenti: quali sono le vere priorità del nostro Paese? E, soprattutto, fino a che punto è accettabile continuare a perseguire gli equilibri della finanza pubblica attraverso interventi che rischiano di penalizzare settori fondamentali per la qualità della vita dei cittadini e per lo sviluppo economico e sociale dell'Italia?
Scuola, sanità, stipendi e pensioni rappresentano, sotto aspetti diversi ma strettamente collegati, i punti più delicati di una situazione che non può essere liquidata con il consueto richiamo alla scarsità delle risorse disponibili. Le difficoltà della finanza pubblica sono reali, ma altrettanto reali sono le responsabilità di una classe politica che, nel succedersi dei governi e delle maggioranze parlamentari, non sempre ha saputo distinguere tra esigenze contingenti di bilancio e investimenti indispensabili per l'avvenire del Paese.
La scuola costituisce, probabilmente, l'esempio più significativo di questa contraddizione. Negli ultimi vent'anni, il sistema scolastico italiano ha risentito di politiche di contenimento della spesa che non possono essere spiegate esclusivamente con il calo demografico e la conseguente diminuzione della popolazione scolastica. I confronti internazionali dell'OCSE e le rilevazioni statistiche nazionali evidenziano criticità persistenti, soprattutto in relazione all'incidenza degli investimenti nell'istruzione sulla ricchezza prodotta dal Paese.
La scuola, anziché essere considerata una risorsa strategica, continua troppo spesso a essere trattata come una voce di spesa sulla quale intervenire per recuperare risorse finanziarie. Una scelta tanto più discutibile se si considera che numerosi edifici scolastici presentano ancora carenze strutturali, impiantistiche e documentali in materia di sicurezza, mentre permangono profonde differenze territoriali nella qualità degli ambienti di apprendimento e nelle opportunità formative.
A tutto questo si aggiunge la condizione economica e professionale dei docenti italiani, le cui retribuzioni risultano, nei confronti internazionali, generalmente inferiori a quelle riconosciute in diversi altri Paesi europei comparabili. Una situazione che mortifica il valore sociale dell'insegnamento e rischia di compromettere progressivamente l'attrattività della professione.
Eppure, proprio alla scuola viene affidato il compito più impegnativo: formare cittadini consapevoli, contrastare le disuguaglianze, promuovere il merito, favorire l'inclusione e preparare le nuove generazioni alle trasformazioni culturali, scientifiche e tecnologiche della società contemporanea.
Non si può pretendere una scuola migliore continuando a considerare l'istruzione un costo da contenere, anziché un investimento da valorizzare. Occorrono risorse adeguate e stabili, un piano pluriennale di messa in sicurezza degli edifici, il miglioramento delle condizioni di lavoro del personale, una più equa valorizzazione economica della funzione docente e interventi capaci di ridurre concretamente i divari territoriali.
Non meno preoccupante è il quadro della sanità pubblica, uno dei pilastri fondamentali dello Stato sociale e una delle conquiste più importanti della nostra democrazia.
Il Servizio sanitario nazionale, fondato sui principi dell'universalità, dell'uguaglianza e dell'equità nell'accesso alle cure, attraversa da anni difficoltà strutturali che si manifestano attraverso liste d'attesa spesso incompatibili con le necessità dei pazienti, carenza di personale, sovraffollamento dei pronto soccorso e crescenti differenze tra i servizi garantiti nelle diverse regioni.
La questione non riguarda soltanto l'ammontare nominale dei finanziamenti. Un eventuale aumento delle risorse, se insufficiente a compensare l'inflazione sanitaria, l'invecchiamento della popolazione e la crescita dei bisogni assistenziali, può tradursi in una riduzione della capacità effettiva del sistema di garantire prestazioni adeguate.
È questa la distinzione che dovrebbe orientare una valutazione seria delle politiche sanitarie: non quanto si annuncia di spendere, ma quali servizi vengono realmente assicurati ai cittadini, in quali tempi e con quale qualità.
Le differenze regionali accentuano ulteriormente le disuguaglianze. Il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, rischia di assumere caratteristiche diverse a seconda del territorio di residenza e delle disponibilità economiche individuali. Chi dispone delle risorse necessarie può rivolgersi alle strutture private; chi non può permetterselo è spesso costretto ad attendere, a rinviare accertamenti diagnostici e trattamenti oppure, nei casi più gravi, a rinunciare alle cure.
Le rilevazioni dell'ISTAT documentano il fenomeno della rinuncia alle prestazioni sanitarie per ragioni economiche, difficoltà di accesso e tempi d'attesa. Milioni di cittadini incontrano ostacoli nell'esercizio di un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a tutti, indipendentemente dal reddito e dalla condizione sociale.
A rendere ancora più difficile la situazione contribuiscono l'abbandono delle strutture pubbliche da parte di una quota di medici e infermieri, le difficoltà di reclutamento, i carichi di lavoro eccessivi e la ricerca di condizioni professionali ed economiche più favorevoli nel settore privato o all'estero.
Ne deriva un circolo vizioso: meno personale significa servizi più difficili da garantire, tempi d'attesa più lunghi, maggiore ricorso alla sanità privata e un progressivo indebolimento della fiducia nel sistema pubblico.
Una sanità che costringe i cittadini a scegliere tra pagare di tasca propria e rinunciare a curarsi non realizza pienamente il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
Servono, pertanto, finanziamenti coerenti con i bisogni reali, investimenti nella medicina territoriale, una programmazione più efficace del personale, retribuzioni e condizioni di lavoro capaci di trattenere medici e infermieri nel servizio pubblico e un sistema trasparente di verifica dei tempi d'attesa e della qualità delle prestazioni.
Accanto alla scuola e alla sanità si colloca un'altra questione, altrettanto rilevante per la tenuta economica e sociale del Paese: la progressiva erosione del potere d'acquisto degli stipendi e delle pensioni.
Negli ultimi anni, l'aumento dei prezzi dei beni e dei servizi essenziali ha inciso pesantemente sui bilanci familiari. Le retribuzioni, soprattutto in termini reali, hanno incontrato difficoltà a recuperare il terreno perduto, mentre una parte consistente dei pensionati ha subito gli effetti di meccanismi di rivalutazione che non sempre hanno garantito una piena compensazione dell'inflazione.
La questione assume particolare rilevanza per le pensioni medio-alte, ripetutamente interessate da interventi legislativi che hanno limitato la perequazione automatica. Si tratta di trattamenti previdenziali spesso maturati attraverso decenni di lavoro e contribuzione, sui quali i governi sono intervenuti per conseguire risparmi di spesa.
La pensione non è una concessione dello Stato, né un privilegio da ridimensionare secondo le necessità del momento: rappresenta, nella sua componente previdenziale, il risultato di una vita lavorativa e dei contributi versati.
Ciò non significa ignorare le esigenze di solidarietà o la necessità di tutelare maggiormente le pensioni più basse. Significa, piuttosto, interrogarsi sulla ragionevolezza e sulla continuità di interventi che, anno dopo anno, possono determinare una perdita permanente di valore dei trattamenti pensionistici.
Quando la rivalutazione non recupera integralmente l'inflazione, infatti, la perdita non riguarda soltanto l'anno in cui viene applicata la limitazione: il minor importo rivalutato diventa la base sulla quale si calcolano gli adeguamenti successivi, producendo effetti che possono protrarsi nel tempo.
Le pensioni non possono continuare a rappresentare un bancomat al quale attingere ogni volta che occorre reperire risorse per finanziare altre misure di politica economica e sociale.
Analoga attenzione merita la condizione dei lavoratori dipendenti, i cui stipendi, in numerosi settori, non hanno tenuto il passo con l'aumento del costo della vita. Il problema investe anche il pubblico impiego e riguarda la capacità delle retribuzioni di garantire non soltanto un'esistenza dignitosa, ma anche opportunità di crescita economica e sociale.
Una politica salariale efficace richiede rinnovi contrattuali tempestivi, interventi sul cuneo fiscale, contrasto al lavoro povero, sostegno alla produttività e una distribuzione più equilibrata dei benefici della crescita economica. Per le pensioni occorre invece un sistema di rivalutazione più stabile, equo e prevedibile, che concili la sostenibilità finanziaria con la tutela del potere d'acquisto e il rispetto dei diritti maturati.
Il punto centrale, tuttavia, è un altro. Scuola, sanità, stipendi e pensioni non sono questioni separate, ma aspetti diversi di un medesimo problema: la capacità della politica di perseguire concretamente il benessere collettivo e di garantire i diritti fondamentali dei cittadini.
Quando la scuola non dispone delle risorse necessarie, si riducono le opportunità delle nuove generazioni. Quando la sanità pubblica perde efficienza, aumentano le disuguaglianze. Quando stipendi e pensioni perdono potere d'acquisto, si indeboliscono la sicurezza economica delle famiglie, i consumi e la coesione sociale.
E quando questi fenomeni si ripetono nel tempo, senza che i governi riescano a offrire risposte strutturali e convincenti, a essere compromessa non è soltanto la qualità dei servizi pubblici, ma la stessa fiducia dei cittadini nella classe politica e nelle istituzioni democratiche.
Non sarebbe corretto attribuire a un solo governo responsabilità che si sono accumulate nel corso di molti anni. Le criticità attuali sono il risultato di decisioni, omissioni e priorità che hanno attraversato maggioranze politiche differenti. Ma proprio per questo sarebbe altrettanto ingiustificabile continuare a rinviare le soluzioni, trasferendo sistematicamente le responsabilità a chi ha governato in precedenza.
Governare significa assumersi la responsabilità delle scelte presenti, indicare priorità verificabili e rendere conto ai cittadini dei risultati conseguiti. Non basta annunciare stanziamenti, riforme e programmi: occorre dimostrare che le risorse impiegate producono miglioramenti concreti e misurabili.
È necessario, dunque, un cambiamento nelle priorità della politica, fondato su una programmazione pluriennale degli investimenti pubblici, su una revisione della qualità della spesa, su un contrasto efficace all'evasione fiscale e agli sprechi e su una più equa distribuzione degli oneri necessari al risanamento dei conti pubblici.
La sostenibilità finanziaria resta un obiettivo imprescindibile, ma non può diventare l'unico parametro con il quale misurare la bontà delle decisioni politiche. Un bilancio formalmente equilibrato non rappresenta necessariamente un successo se viene conseguito sacrificando servizi essenziali, aggravando le disuguaglianze o compromettendo le opportunità delle generazioni future.
La credibilità delle istituzioni non si ricostruisce attraverso le dichiarazioni di principio, ma mediante la coerenza tra gli impegni assunti e i risultati effettivamente raggiunti.
È soprattutto alle nuove generazioni che la politica deve dimostrare di saper offrire ragioni concrete per credere nel proprio Paese. Un'Italia che investe poco nella formazione, non valorizza adeguatamente il lavoro, fatica a garantire cure tempestive e non protegge sufficientemente il potere d'acquisto dei cittadini rischia di alimentare sfiducia, disaffezione e un progressivo distacco dalla partecipazione democratica.
La questione, in definitiva, non è soltanto economica o finanziaria. È profondamente politica, sociale e, prima ancora, costituzionale. Gli articoli 3, 32, 34, 36 e 38 della Costituzione richiamano principi e diritti che dovrebbero orientare concretamente l'azione dei governi: uguaglianza sostanziale, tutela della salute, diritto all'istruzione, retribuzione dignitosa e protezione previdenziale.
Un Paese non si giudica soltanto dalla solidità dei suoi conti pubblici, ma dalla qualità della scuola, dall'efficienza della sanità, dalla dignità riconosciuta al lavoro, dalla tutela degli anziani e dalle opportunità che riesce a garantire ai giovani.
È su questi risultati, e non sulla successione degli annunci o sulle contrapposizioni tra maggioranza e opposizione, che dovrebbe essere valutata la responsabilità della classe politica, in quanto la fiducia dei cittadini nelle istituzioni non è un patrimonio inesauribile: si conquista attraverso l'esempio, si consolida con la buona amministrazione e si perde quando alle promesse non seguono risposte credibili.
E una democrazia che perde la fiducia dei propri cittadini rischia, progressivamente, di perdere anche quella partecipazione consapevole sulla quale si fondano la sua vitalità, la sua autorevolezza e la sua stessa legittimazione.
Angelo Losavio

