Giovani, violenza e sicurezza: il dovere della legalità e le responsabilità della politica
- Inserito 22 Ottobre 2026
- da Redazione
Dalle violenze di Milano, Torino e Bologna al nuovo decreto sicurezza del Governo Meloni. Il Presidente Mattarella richiama alla necessità di «un’analisi intelligente e approfondita». I Rapporti annuali ISTAT 2024 e 2025 mettono in luce povertà, disuguaglianze e difficoltà delle nuove generazioni. Investire negli insegnanti significa investire nella qualità della scuola e nella tenuta democratica del Paese.
Le immagini delle violenze e delle devastazioni che hanno interessato nei giorni scorsi Milano, Torino, Bologna e altri centri urbani suscitano sconcerto e preoccupazione. Vetrine infrante, negozi saccheggiati, arredi urbani distrutti, aggressioni alle forze dell’ordine: episodi che mettono a repentaglio l’incolumità delle persone, alimentano l’insicurezza e impongono di interrogarsi sulla diffusione di comportamenti violenti, anche tra i più giovani.
A destare particolare allarme è il coinvolgimento di minorenni, alcuni dei quali apparentemente estranei alle tradizionali forme di militanza politica e di protesta organizzata. Un fenomeno che impone di interrogarsi non soltanto sulla gravità dei comportamenti e sulle conseguenti responsabilità penali, ma anche sulle motivazioni che possono indurre ragazzi poco più che adolescenti a partecipare a episodi di aggressività collettiva, devastazione e saccheggio.
La violenza, in una società democratica, non costituisce né può costituire uno strumento legittimo di rivendicazione sociale. Nessuna condizione di disagio, per quanto grave, giustifica la sopraffazione, la distruzione dei beni pubblici e privati o la violazione dei diritti altrui.
Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e di esprimere pubblicamente il dissenso rappresenta, com'è noto, una delle garanzie fondamentali del nostro ordinamento costituzionale. Ma tale diritto, riconosciuto dagli articoli 17 e 21 della Costituzione, non può essere confuso con la pretesa di imporre le proprie ragioni attraverso comportamenti violenti e distruttivi. Saccheggiare un negozio, devastare una piazza o aggredire un rappresentante delle forze dell'ordine non significa contestare un sistema ritenuto ingiusto, ma arrecare ulteriori danni alla collettività, colpendo spesso cittadini, commercianti e lavoratori del tutto estranei alle decisioni politiche ed economiche oggetto della protesta.
La violenza non crea lavoro, non riduce le disuguaglianze e non rafforza la credibilità delle rivendicazioni sociali. Al contrario, alimenta tensioni e rischia di oscurare le ragioni di quanti manifestano pacificamente per ottenere risposte a problemi reali.
Ma alla condanna, necessaria e doverosa, deve accompagnarsi la volontà di comprendere le cause di un fenomeno complesso, che richiede un’analisi attenta e approfondita.
In questa prospettiva assumono particolare significato gli interventi del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Nel condannare senza esitazioni le violenze («ogni violenza è inaccettabile») e nell’esprimere solidarietà alle forze dell’ordine, il Capo dello Stato ha richiamato la necessità di «un’analisi intelligente e approfondita» del fenomeno, anche alla luce dell’emergere di soggetti e comportamenti inediti.
È un richiamo da raccogliere nella sua interezza: la difesa della legalità non può prescindere dalla comprensione delle trasformazioni sociali, né la tutela della sicurezza deve tradursi in una contrapposizione tra autorità e libertà.
Il punto, dunque, non è scegliere tra sicurezza e attenzione alle cause del disagio. Una politica responsabile deve perseguire entrambi gli obiettivi, senza trasformare una questione complessa in un terreno di contrapposizione ideologica. Occorre considerare le difficoltà di accesso al lavoro, la precarietà occupazionale, le disuguaglianze territoriali, l’insufficienza dei servizi educativi e la perdita di fiducia nella possibilità di costruire un’esistenza dignitosa e autonoma.
Non si tratta di stabilire un rapporto automatico tra disagio economico e violenza, né di attenuare le responsabilità di chi commette reati. Si tratta di riconoscere che la convivenza civile dipende anche dalla capacità delle istituzioni di prevenire l’esclusione e offrire opportunità di integrazione e partecipazione.
Il nuovo decreto sicurezza del Governo Meloni, approvato dal Consiglio dei Ministri, punta a rafforzare la prevenzione e il contrasto delle violenze collettive. Secondo le misure annunciate, sono previsti interventi sulle condotte violente durante le manifestazioni, sull’estensione di strumenti preventivi e sul risarcimento dei danni. La portata effettiva delle disposizioni andrà valutata alla luce del testo normativo e della sua applicazione.
Resta, tuttavia, da verificare se le nuove disposizioni saranno capaci di produrre risultati duraturi e se verranno accompagnate da adeguate politiche sociali, educative e occupazionali. Una politica che interviene soltanto quando la violenza esplode rischia di arrivare troppo tardi. Il compito delle istituzioni non consiste esclusivamente nel reprimere i comportamenti illegali, ma anche nel creare le condizioni affinché il disagio non degeneri in esclusione sociale e la sfiducia non si trasformi in ostilità verso la collettività.
Ma si può affrontare efficacemente la violenza giovanile senza interrogarsi sul ruolo della famiglia, della scuola e delle istituzioni, nonché sulle prospettive offerte alle nuove generazioni?
I dati ufficiali restituiscono un quadro che non consente facili rassicurazioni. I Rapporti annuali ISTAT 2024 e 2025 evidenziano persistenti disuguaglianze territoriali, difficoltà occupazionali e fragilità sociali che penalizzano soprattutto le nuove generazioni.
A confermare la gravità della situazione intervengono le specifiche rilevazioni dell'Istituto sulla povertà. Nel 2024, oltre 5,7 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta, pari al 9,8% della popolazione residente, per un totale di oltre 2,2 milioni di famiglie. Un dato particolarmente allarmante, soprattutto se considerato alla luce delle difficoltà economiche che gravano sulle famiglie con figli e delle conseguenze che la privazione materiale può determinare sulle opportunità educative e sociali dei minori.
La povertà, infatti, non significa soltanto insufficienza di reddito. Per un bambino o un adolescente può tradursi nell'impossibilità di accedere ad attività culturali, sportive e formative, nella mancanza di strumenti adeguati per lo studio e in condizioni di partenza profondamente diseguali rispetto ai coetanei. Quando la povertà compromette le opportunità educative, rischia di trasformarsi in una disuguaglianza destinata a riprodursi da una generazione all'altra.
Naturalmente, sarebbe scorretto e ingiusto stabilire un rapporto automatico tra povertà e criminalità. La stragrande maggioranza dei giovani che vivono condizioni di disagio affronta le proprie difficoltà con dignità e senso di responsabilità. Sarebbe, però, altrettanto sbagliato ignorare che l'emarginazione, la precarietà economica, l'assenza di prospettive e la fragilità dei contesti educativi possono concorrere, insieme ad altri fattori, a creare condizioni favorevoli alla devianza.
Le difficoltà di accesso al lavoro, all’abitazione e all’autonomia economica rendono più incerta la costruzione di un progetto di vita. Quando questi traguardi si allontanano, rischia di indebolirsi anche la fiducia dei giovani nelle istituzioni.
A rendere ancora più evidente questa contraddizione è il fenomeno, ormai strutturale, dell'emigrazione all'estero di giovani laureati, ricercatori e professionisti altamente qualificati. L'Italia investe risorse pubbliche e private nella formazione dei propri giovani, ne sostiene il percorso scolastico e universitario e, troppo spesso, non riesce successivamente a offrire loro condizioni professionali ed economiche adeguate alle competenze acquisite.
Non si tratta di mettere in discussione il valore della mobilità internazionale, che costituisce un'importante opportunità di crescita culturale e professionale. Il problema nasce quando la scelta di partire non rappresenta più soltanto un'opportunità, ma diventa una necessità per ottenere il riconoscimento economico e professionale che il proprio Paese non è in grado di garantire.
Il Rapporto annuale ISTAT 2025 evidenzia che, nel decennio 2014-2023, l'Italia ha registrato un saldo migratorio negativo con l'estero di oltre 96 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni. Particolarmente grave la situazione del Mezzogiorno, che, sommando l'emigrazione internazionale ai trasferimenti verso le altre regioni italiane, ha perso complessivamente oltre 179 mila giovani laureati nello stesso periodo.
Le rilevazioni ISTAT più recenti citate nel testo confermano la persistenza del fenomeno: tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso altri 150 mila giovani laureati italiani, soprattutto a vantaggio del Centro-Nord, ma anche per effetto dell’emigrazione all’estero. Sono numeri che impongono ben più delle consuete dichiarazioni di preoccupazione: un Paese che forma i propri giovani e non riesce a valorizzarne le competenze impoverisce il proprio patrimonio umano, scientifico e culturale.
La cosiddetta fuga dei cervelli non rappresenta soltanto una perdita economica, ma anche una sconfitta delle politiche giovanili e della capacità del sistema produttivo di valorizzare il merito. Quando ricercatori, medici, ingegneri, docenti e professionisti qualificati trovano all'estero migliori opportunità di lavoro, retribuzioni più elevate e percorsi di carriera più trasparenti, il problema non riguarda la loro legittima aspirazione a migliorare la propria condizione, ma l'incapacità del Paese di offrire alternative sufficientemente attrattive.
È una contraddizione tanto più evidente in una nazione che registra già una quota di laureati inferiore alla media europea. Secondo l'ISTAT, nel 2024 soltanto il 25,1% dei giovani tra i 20 e i 34 anni possedeva un titolo di studio terziario, con un divario di oltre undici punti percentuali rispetto alla media dell'Unione europea.
L’Italia forma relativamente pochi laureati rispetto alla media europea e, nello stesso tempo, continua a perderne una parte significativa. È una duplice criticità che minaccia la competitività, l’innovazione e lo sviluppo. A questa si aggiunge la povertà: secondo le rilevazioni ISTAT relative al 2025, richiamate nel testo, oltre 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione. Tra queste figurano oltre 1,1 milioni di minori, mentre l’incidenza raggiunge il 12,1% tra i giovani di 18-34 anni. Pur con alcuni miglioramenti rispetto al 2024, il fenomeno conserva dimensioni allarmanti.
Questi dati, letti congiuntamente, restituiscono l'immagine di un Paese attraversato da una profonda contraddizione: da un lato, giovani costretti a confrontarsi con precarietà, disuguaglianze e difficoltà economiche; dall'altro, giovani altamente qualificati che scelgono di trasferirsi all'estero per trovare quelle opportunità che il sistema nazionale non riesce a garantire. In entrambi i casi emerge un problema di fondo: l'insufficiente capacità della politica di offrire alle nuove generazioni prospettive credibili di crescita, autonomia e realizzazione personale.
È su questo terreno che assume un’importanza decisiva la scuola, istituzione fondamentale per la formazione culturale, civile e democratica dei cittadini. Non può limitarsi a trasmettere conoscenze: deve sviluppare pensiero critico, autonomia di giudizio, rispetto delle regole e capacità di affrontare i conflitti attraverso il dialogo. Nell’esperienza scolastica i giovani possono imparare a riconoscere nella legalità non un’imposizione esterna, ma una condizione indispensabile della libertà individuale e collettiva.
L'educazione alla legalità non si realizza soltanto attraverso l'insegnamento delle norme, ma soprattutto mediante la formazione delle coscienze, il rispetto della dignità umana e l'esercizio quotidiano della responsabilità. La scuola rappresenta, inoltre, uno dei principali strumenti di contrasto alle disuguaglianze sociali. Una scuola pubblica efficiente, inclusiva e culturalmente qualificata può offrire opportunità di emancipazione anche a chi proviene da contesti economicamente e socialmente svantaggiati, contribuendo a interrompere la trasmissione intergenerazionale della povertà.
Tuttavia, non si può pretendere che la scuola assolva compiti educativi sempre più complessi senza garantirle risorse adeguate, strutture efficienti, continuità didattica e personale qualificato. Restituire centralità alla scuola significa, anzitutto, riconoscere la dignità culturale, sociale e professionale degli insegnanti, ai quali vengono affidate responsabilità sempre più impegnative, senza che a esse corrispondano un riconoscimento economico e una considerazione sociale proporzionati.
Le retribuzioni dei docenti italiani si collocano in una fascia poco favorevole nel confronto con numerosi Paesi dell’Europa occidentale. Il rapporto OCSE Education at a Glance 2026, secondo i dati richiamati nel testo, segnala che gli insegnanti italiani della scuola secondaria percepiscono retribuzioni effettive mediamente inferiori del 33% rispetto agli altri lavoratori con istruzione terziaria; soltanto il 22,6% si dichiara soddisfatto del proprio stipendio.
Un divario che non può essere liquidato come una semplice questione sindacale o corporativa. La retribuzione degli insegnanti rappresenta anche una misura concreta del valore che uno Stato attribuisce all'istruzione e alla formazione delle nuove generazioni. Non è ragionevole affidare ai docenti il compito di contrastare la dispersione scolastica, prevenire il disagio giovanile, promuovere l'inclusione, educare alla cittadinanza e formare le competenze indispensabili allo sviluppo del Paese, continuando a riconoscere loro trattamenti economici insufficientemente competitivi.
Occorre quindi un progressivo e significativo adeguamento delle retribuzioni, accompagnato da investimenti nella formazione continua, nella valorizzazione delle competenze, nella stabilità del personale e nel miglioramento delle condizioni di lavoro. Investire negli insegnanti significa investire nella qualità della scuola e nella tenuta democratica del Paese.
Vi è, peraltro, un ulteriore aspetto che la politica dovrebbe considerare con maggiore attenzione: non si può chiedere alla scuola di educare al rispetto delle regole e alla responsabilità civile se il linguaggio e i comportamenti della stessa classe politica dirigente offrono troppo spesso esempi di aggressività verbale, intolleranza e delegittimazione dell'avversario. La credibilità delle istituzioni dipende anche dalla coerenza tra i principi proclamati e i comportamenti concretamente adottati. I giovani hanno bisogno non soltanto di regole chiare, ma anche di adulti e rappresentanti istituzionali capaci di testimoniarne il valore.
Una democrazia autentica non è una conquista statica: richiede partecipazione, tutela dei diritti fondamentali, trasparenza nell’esercizio del potere e capacità di rispondere ai bisogni collettivi. La sua vitalità non si misura soltanto dai seggi conquistati o dalle maggioranze parlamentari, ma dalla capacità della politica di rappresentare i cittadini, meritarne la fiducia e offrire alle nuove generazioni concrete opportunità di realizzazione.
È questa, in definitiva, la questione politica che emerge dai recenti episodi di violenza e dalle considerazioni del Presidente Mattarella. La fermezza delle leggi è necessaria, ma non può sostituire una visione complessiva dei problemi sociali. La sicurezza deve essere garantita, ma non può diventare l'unico parametro attraverso il quale valutare le condizioni di una comunità. E la repressione dei comportamenti illegali, per quanto indispensabile, non può esonerare la politica dal dovere di contrastare la povertà, ridurre le disuguaglianze, valorizzare l'istruzione e creare opportunità di lavoro qualificato.
Sicurezza, giustizia sociale e istruzione non sono obiettivi alternativi, ma parti di un medesimo progetto di sviluppo civile e democratico. Se la politica continuerà a privilegiare la gestione delle emergenze rispetto ai problemi strutturali, interverrà sugli effetti senza incidere sulle cause. E se i giovani continueranno a cercare altrove le opportunità negate in patria, l’Italia perderà non soltanto competenze, ma anche energie preziose e fiducia nel proprio avvenire.
Pertanto, l'esortazione del Presidente Mattarella ad analizzare e approfondire, in maniera intelligente, i recenti e preoccupanti episodi di violenza e guerriglia urbana in Italia, dovrebbe rappresentare l’occasione per superare le contrapposizioni ideologiche e riflettere sulle responsabilità della politica, della famiglia, della scuola e dell’intera comunità nazionale, in quanto il vero banco di prova di una democrazia consiste, certamente, nel reprimere la violenza e garantire l’ordine pubblico, ma, soprattutto, nel costruire una società più giusta, nella quale i giovani possano riconoscersi, partecipare alla vita collettiva e trovare autentiche opportunità di realizzazione e fondate ragioni per confidare nell’avvenire del proprio Paese.
Angelo Losavio

