Dalle ripetute penalizzazioni della rivalutazione alle prospettive per il 2027: pensioni medio-alte sempre più impoverite dall’inflazione e da scelte politiche che sacrificano il salario differito alle esigenze di bilancio. Un’ingiustizia che attraversa governi di diverso orientamento, alimenta la sfiducia nelle istituzioni e mette in discussione l’equità dello Stato.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto in un Paese nel quale chi ha lavorato per quarant’anni, versando regolarmente i contributi previdenziali, rischia di vedere progressivamente impoverita la propria pensione. Non per aver ricevuto più del dovuto, ma perché l’inflazione ne riduce il valore reale e i meccanismi di rivalutazione non sempre garantiscono il pieno recupero del potere d’acquisto.
Le prospettive per il 2027 riaccendono una questione che non può essere liquidata come un semplice problema di contabilità pubblica. La pensione non è una concessione dello Stato, né un privilegio accordato dalla politica: è un diritto maturato attraverso anni di lavoro e di contribuzione. Ridurne progressivamente il valore reale significa compromettere quel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni sul quale dovrebbe fondarsi uno Stato democratico.
In questo quadro, desta ulteriore preoccupazione l'ipotesi di una nuova riduzione, nel 2027, delle percentuali di rivalutazione delle pensioni medio-alte, anche in relazione alle esigenze di finanziamento di misure previdenziali, tra cui gli oneri riconducibili a Quota 100 e ad altri interventi. Una prospettiva che, qualora confermata nei provvedimenti governativi, rappresenterebbe l'ennesimo sacrificio imposto a chi ha già contribuito per decenni al sistema previdenziale. Sarebbe profondamente iniquo continuare a finanziare nuove scelte politiche comprimendo il potere d'acquisto di pensioni legittimamente maturate.
La questione assume contorni ancora più discutibili se si considera che, dopo l'abolizione della scala mobile per i lavoratori dipendenti, completata nel 1992, il sistema italiano ha continuato a prevedere differenti meccanismi di adeguamento delle retribuzioni e dei trattamenti economici per alcune categorie, tra cui magistrati e titolari di cariche pubbliche. Non si tratta di istituti identici né di privilegi indistintamente riconosciuti a tutti. Resta, tuttavia, una disparità che impone una seria riflessione sull'equità delle scelte legislative, soprattutto quando ai pensionati si chiedono ulteriori sacrifici.
Si invoca, come sempre, la necessità di contenere la spesa previdenziale e salvaguardare l'equilibrio dei conti pubblici. Esigenze certamente legittime, che nessun governo responsabile può ignorare. Ma il rigore finanziario non può trasformarsi in un principio applicato selettivamente, né può giustificare interventi ripetuti che finiscono per penalizzare anche pensioni di importo medio-alto, spesso corrispondenti a carriere lavorative lunghe e a contributi consistenti.
Non si tratta, peraltro, di sacrifici occasionali, ma di una progressiva erosione del valore reale delle pensioni, protrattasi attraverso governi di diverso orientamento politico. Le ripetute limitazioni della perequazione automatica hanno prodotto effetti economici che non si esauriscono nell'anno in cui vengono introdotte, ma si ripercuotono sui trattamenti successivi. Ogni aumento non riconosciuto, infatti, riduce definitivamente la base sulla quale vengono calcolate le rivalutazioni future, determinando una perdita che tende ad accumularsi nel tempo.
A documentare la gravità del fenomeno contribuisce uno studio del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, realizzato con la CIDA, secondo il quale, per determinati trattamenti pensionistici, le limitazioni della rivalutazione possono comportare una perdita di potere d'acquisto del 10-12% nell'arco di un decennio. Le proiezioni evidenziano conseguenze economiche tutt'altro che trascurabili: per pensioni di circa 2.500 euro lordi mensili, le perdite cumulate possono raggiungere almeno 13.000 euro nei dieci anni successivi alle penalizzazioni considerate, mentre per trattamenti particolarmente elevati possono superare i 100.000 euro. Si tratta di stime riferite a specifiche ipotesi di calcolo, ma sufficienti a dimostrare quanto possa costare, nel lungo periodo, una rivalutazione sistematicamente inferiore all'inflazione.
Particolarmente penalizzante è stato il biennio 2023-2024, durante il quale, proprio mentre l'inflazione raggiungeva livelli particolarmente elevati, il legislatore ha ridotto sensibilmente le percentuali di rivalutazione riconosciute alle pensioni superiori a quattro volte il trattamento minimo INPS. Nel 2024, ad esempio, per gli assegni compresi tra cinque e sei volte il minimo, la rivalutazione riconosciuta è stata pari soltanto al 53% dell'inflazione di riferimento; per quelli superiori a dieci volte il minimo, appena al 22%. Una penalizzazione tanto più grave perché il mancato recupero del potere d'acquisto non viene automaticamente restituito negli anni successivi.
Basti considerare che, per una pensione di 3.000 euro lordi mensili, il riconoscimento di una rivalutazione del 3% anziché del 6% determina una differenza di 90 euro mensili, pari a 1.170 euro annui su tredici mensilità. Se tale differenza rimanesse invariata per dieci anni, la perdita ammonterebbe già a 11.700 euro lordi, senza considerare gli ulteriori effetti delle rivalutazioni successive calcolate su una base inferiore. È un esempio puramente illustrativo, ma chiarisce un principio fondamentale: la mancata perequazione non impoverisce il pensionato soltanto nell'immediato, ma può accompagnarlo per il resto della vita.
Occorre, inoltre, distinguere le pensioni realmente elevate dai trattamenti che, pur superando determinate soglie, non possono essere automaticamente considerati espressione di ricchezza. Una pensione medio-alta non è necessariamente una pensione privilegiata. Confondere le due realtà significa alimentare contrapposizioni sociali anziché perseguire un'autentica giustizia redistributiva.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più evidente. Lo Stato, che dovrebbe garantire la conservazione del valore delle pensioni, finisce troppo spesso per considerarle una sorta di bancomat al quale attingere quando le esigenze di bilancio lo richiedono. Una scelta particolarmente discutibile perché colpisce cittadini che hanno già assolto, durante l'intera vita lavorativa, i propri obblighi contributivi e fiscali e che, una volta pensionati, non dispongono generalmente degli strumenti necessari per compensare la progressiva perdita del potere d'acquisto.
Non può essere ignorato, inoltre, il significato costituzionale della questione. L'articolo 38 della Costituzione riconosce ai lavoratori il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita nei casi previsti, tra cui la vecchiaia. La Corte costituzionale, pur riconoscendo al legislatore un margine di discrezionalità nella disciplina della perequazione, ha ripetutamente richiamato la necessità di rispettare i principi di ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza dei trattamenti previdenziali. La sostenibilità finanziaria costituisce certamente un'esigenza imprescindibile, ma non può diventare il pretesto per comprimere indefinitamente il valore economico di diritti maturati attraverso decenni di contribuzione.
Si obietterà che le risorse pubbliche sono limitate, che occorre sostenere le pensioni più basse e che la solidarietà sociale impone sacrifici anche ai titolari di trattamenti più consistenti. Argomentazioni che meritano rispetto, ma che non possono giustificare indiscriminatamente qualsiasi intervento. La solidarietà non può trasformarsi in una penalizzazione permanente di chi ha lavorato e contribuito di più, né può essere invocata per legittimare provvedimenti ripetuti a carico delle medesime categorie, senza un'adeguata valutazione degli effetti cumulativi prodotti nel tempo.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto qualche punto percentuale di rivalutazione. Riguarda la credibilità della politica, il rispetto degli impegni assunti dallo Stato e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Una fiducia già indebolita dalla percezione, sempre più diffusa, che i sacrifici vengano distribuiti in maniera diseguale e che chi esercita il potere non sempre sia disposto ad applicare a sé stesso il rigore richiesto agli altri.
Una democrazia non può pretendere fiducia se non garantisce equità. E una classe politica che continua a considerare le pensioni una riserva alla quale attingere per esigenze di bilancio rischia di compromettere ulteriormente il rapporto tra governanti e governati.
Fino a quando i pensionati dovranno assistere alla progressiva erosione dei propri diritti, mentre la politica continua a proclamare principi di giustizia sociale che troppo spesso non trovano riscontro nelle scelte concrete?
La vera misura della responsabilità di un governo non sta soltanto nella capacità di far quadrare i conti pubblici, ma soprattutto nella volontà di farli quadrare senza sacrificare l'equità, la dignità del lavoro e la fiducia dei cittadini nello Stato.
Angelo Losavio