L’Italia che perde i suoi giovani e la politica che perde la loro fiducia

L’emigrazione dei giovani laureati, la precarietà del lavoro e la crescente sfiducia nelle istituzioni interrogano la politica sulle proprie responsabilità. I dati ISTAT e le analisi del CENSIS, del CNEL e degli organismi europei denunciano un problema che investe il futuro stesso del Paese.

C’è un’Italia che studia, si laurea, acquisisce competenze e guarda al futuro con legittime ambizioni. E c’è un’altra Italia, quella delle opportunità negate, dei salari inadeguati, della precarietà lavorativa e delle promesse politiche troppo spesso disattese. Tra queste due realtà si consuma una delle contraddizioni più preoccupanti del nostro Paese: formare giovani qualificati e vederli partire alla ricerca di quelle opportunità che la propria patria non riesce a garantire.

Non si tratta soltanto di una questione economica o occupazionale. L’emigrazione dei giovani laureati rappresenta anche il sintomo di una crescente sfiducia nella capacità della politica e delle istituzioni di assicurare condizioni di vita dignitose, riconoscere il merito e offrire prospettive credibili. È una perdita di capitale umano, ma soprattutto un segnale di progressivo indebolimento del rapporto tra cittadini e Stato.

I dati dell'ISTAT confermano la gravità del fenomeno. Nel decennio 2014-2023, ben 367 mila giovani italiani tra i 25 e i 34 anni hanno trasferito la propria residenza all'estero, quasi 146 mila dei quali laureati. Considerando i rientri, il saldo negativo è stato di circa 97 mila giovani laureati. Una perdita particolarmente preoccupante per un Paese che già presenta una percentuale di giovani con istruzione universitaria sensibilmente inferiore alla media europea.

Il Rapporto annuale ISTAT 2025 evidenzia, inoltre, che nel medesimo decennio il Mezzogiorno ha registrato una perdita complessiva di oltre 179 mila giovani laureati, considerando sia i trasferimenti all'estero sia quelli verso le altre regioni italiane. Una vera e propria emorragia di competenze che rischia di accentuare gli squilibri territoriali e compromettere ulteriormente le prospettive di sviluppo del Sud.

A confermare la natura strutturale del problema interviene il CNEL, che nel Rapporto 2025 sull'attrattività dell'Italia per i giovani dei Paesi avanzati rileva come, tra il 2011 e il 2024, siano emigrati circa 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, con un saldo migratorio negativo di 441 mila unità. Non si tratta, dunque, di un fenomeno episodico, ma di una tendenza che pone seri interrogativi sulla capacità del nostro sistema economico e sociale di valorizzare le nuove generazioni.

Anche le analisi del CENSIS restituiscono un quadro che non induce a facili rassicurazioni. Secondo il 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, il 28,3% dei giovani tra i 16 e i 19 anni ritiene che la scuola non li prepari adeguatamente al futuro. È un dato che non autorizza a svalutare il ruolo dell'istruzione, ma richiama l'esigenza di rafforzare il collegamento tra formazione, competenze, mondo del lavoro e concrete possibilità di realizzazione personale.

Il confronto europeo rende ancora più evidente il divario. Secondo la Commissione europea, nel 2024 soltanto il 31,6% degli italiani tra i 25 e i 34 anni possedeva un titolo di istruzione terziaria, contro una media dell'Unione del 44,1%. Nello stesso anno, il tasso di occupazione dei neolaureati italiani, a uno-tre anni dal conseguimento del titolo, risultava pari al 77,8%, rispetto all'86,7% della media europea. L'Italia, dunque, non soltanto forma proporzionalmente meno laureati rispetto a molti partner europei, ma incontra maggiori difficoltà nel valorizzarli professionalmente.

In buona sostanza, Il fenomeno dei giovani laureati italiani che scelgono di lavorare all'estero è in forte crescita, guidato da differenze significative negli stipendi, nella meritocrazia e nelle condizioni contrattuali.

Secondo i dati del Il Sole 24 Ore, tra il 2012 e il 2023 la percentuale di laureati che lasciano l'Italia è salita dal 25,7% al 44,2%. Oltre il 50% di chi emigra possiede un titolo di studio superiore: all'estero guadagnano in media quasi il 60% in più rispetto a chi resta in Italia. Secondo il XXVIII Rapporto AlmaLaurea, a cinque anni dalla laurea lo stipendio netto mensile all'estero si attesta intorno ai 2.941 euro, contro i 1.840 euro percepiti in media in Italia.

Inoltre, all'estero si trovano percorsi di carriera più rapidi e meritocratici, sono più diffuse tutele come contratti stabili, orari di lavoro regolati e tirocini retribuiti in modo dignitoso (spesso con benefit e smart working).

Dietro questi numeri si nascondono aspettative deluse, investimenti formativi che finiscono per avvantaggiare altri Paesi e famiglie che vedono allontanarsi i propri figli. Ma soprattutto emerge una questione che la politica non può continuare a eludere: quale credibilità può conservare uno Stato che investe nella formazione delle proprie energie migliori senza riuscire a offrire loro adeguate opportunità di lavoro e di crescita?

Sarebbe, tuttavia, semplicistico attribuire ogni partenza esclusivamente alle difficoltà italiane. La mobilità internazionale costituisce una straordinaria opportunità di crescita culturale e professionale, soprattutto in una società sempre più interconnessa. Ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere liberamente di partire e sentirsi costretti a farlo per mancanza di alternative. Ed è proprio questa differenza che la politica non può continuare a ignorare.

La questione investe direttamente la credibilità della classe dirigente. Da troppo tempo il dibattito pubblico appare dominato da contrapposizioni ideologiche, polemiche quotidiane e strategie elettorali, mentre problemi strutturali come la stagnazione dei salari, la precarietà, le disuguaglianze territoriali e la scarsa valorizzazione delle competenze attendono risposte concrete.

La politica non può limitarsi a chiedere fiducia ai cittadini: deve dimostrare, attraverso i risultati, di meritarla. E una democrazia nella quale l'astensionismo ha assunto dimensioni preoccupanti, anche tra le nuove generazioni, dovrebbe interrogarsi non soltanto sulle ragioni della disaffezione, ma anche sulle proprie responsabilità nel determinarla.

Non bastano, dunque, incentivi occasionali, annunci di nuove assunzioni o generici appelli ai giovani affinché rimangano in Italia. Occorrono investimenti duraturi nell'istruzione, nell'università, nella ricerca e nell'innovazione; retribuzioni adeguate, procedure di accesso al lavoro trasparenti e un sistema capace di valorizzare il merito senza mortificare le aspirazioni individuali.

Ma serve, prima ancora, un cambiamento culturale e politico: recuperare il senso delle istituzioni, restituire dignità al confronto democratico e considerare l'esercizio del potere non come un fine da perseguire, ma come uno strumento al servizio della collettività.

La speranza in un futuro migliore non può essere affidata alla retorica delle promesse, ma deve trovare fondamento nella credibilità delle scelte e nella concretezza dei risultati.

Un Paese che perde i propri giovani rischia di impoverirsi non soltanto economicamente, ma anche culturalmente e democraticamente. E una classe politica incapace di conquistarne la fiducia finisce per compromettere le stesse ragioni della propria legittimazione democratica.

La vera sfida, allora, non è convincere i giovani a non partire, ma costruire un'Italia nella quale possano scegliere di restare, tornare e realizzare le proprie aspirazioni.

Perché il futuro di una nazione non si misura dalle promesse di chi governa, ma dalle opportunità che riesce a offrire alle nuove generazioni. E quando un giovane smette di credere nel proprio Paese, non è soltanto lui a perdere una speranza: è il Paese stesso a perdere una parte del proprio futuro.

Angelo Losavio