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OBESITA' INFANTILE


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L’obesità può essere definita come un aumento patologico della massa adiposa tale da ridurre le speranze di vita dell’individuo. Ancora oggi ci si muove con difficoltà nel cercare di stabilire l’appartenenza nosologica di tale patologia, i cui confini diagnostici rientrano tra i disturbi del comportamento alimentare.

L’obesità è considerata espressione di un’insieme di fattori di natura genetica, fisiologica, psicologica e culturale. Tra i fattori di rischio di obesità durante l’infanzia i più comuni sono la presenza di una storia familiare positiva per eccesso ponderale, un basso livello sociale, la deprivazione affettiva, l’eccessiva visione della tv, una vita sedentaria.

Vi sono individui il cui peso eccessivo non è legato a nessun tipo di problema psicologico ma semplicemente è riconducibile a fattori genetici o sociali. In altri, invece, l’aumento di peso è la diretta conseguenza di un evento scatenante percepito dal soggetto come traumatico quale, ad esempio, l’inserimento nel mondo scolastico, una separazione forzata e prolungata dalle figure genitoriali o la nascita di un fratellino (obesità reattiva). Tali episodi, vissuti dal bambino come stressanti, lo inducono ad alimentarsi in modo eccessivo allo scopo di reagire e tenere sotto controllo l’ansia e la depressione che gli stessi eventi causano.

Esistono, tuttavia, casi in cui l’obesità insorge già nella prima infanzia ( obesità di sviluppo) per una serie di fattori tra cui la mancanza o la carenza di un rapporto empatico con le figure di riferimento o una incoerenza nello stile educativo dei genitori. Le caratteristiche dei genitori sono, infatti, considerati aspetti aventi un ruolo determinante e decisivo nella patogenesi dell’obesità infantile. Secondo la Bruch, considerata la massima autorità mondiale sull’argomento, il disturbo dell’obesità è legato ad un atteggiamento onnipresente ed iperprottettivo della madre, ad una sua difficoltà nel riconoscere e discriminare i segnali inviati dal bambino e, nello specifico, ad un uso del cibo come unico strumento per soddisfare tutti i bisogni e alleviare le tensioni del figlio. E’ facilmente comprensibile come tutto questo comporti la nascita di serie e durature difficoltà da parte del bambino, che non sarà più in grado di riconoscere e differenziare i propri bisogni interni e di rispondere a questi in modo specifico ma utilizzerà l’assunzione di cibo come unico modo per alleviare la tensione. E’ in questo modo che, a distanza di tempo, l’introduzione del cibo non è più regolata dai centri ipotalamici per la fame e la sazietà ma dagli stati emotivi che il soggetto sperimenta.

Numerose ricerche sono state condotte in ambiti familiari differenti al fine di studiare la relazione esistente tra il comportamento dei genitori e la tipologia di alimentazione dei rispettivi figli. Da tali ricerche è emerso come, in particolare, le madri dei bambini obesi sembrano avere un ruolo dominante in famiglia finalizzato al controllo del figlio, la cui autonomia appare ostacolata. Per queste madri la nutrizione acquista valore affettivo, diviene il mezzo attraverso il quale manifestare al figlio il proprio affetto stimolandolo a nutrirsi in modo eccessivo. Il cibo diviene il mezzo attraverso il quale sopperire al proprio senso di colpa verso i figli rispetto ai quali le madri si percepiscono come inadeguate.

A causa delle carenze materne e dei bisogni affettivi rimasti insoddisfatti il bambino incrementa la richiesta di cibo che rappresenta per lui momento di conforto e di regolazione di uno stato ansioso. Per tali ragioni, un impegno maggiore da parte del bambino nel cercare di mantenere un controllo alimentare sarebbe per lui eccessivamente costoso, poiché comporterebbe la perdita di meccanismi regolatori dell’ansia e di conseguenza l’insorgenza di uno stato ansioso.

E,’ dunque, possibile concludere che nell’obesità l’alimentazione è utilizzata come strategia per regolare l’ansia e la depressione, per tollerare meglio le frustrazioni e per gratificare se stessi.

Una percezione distorta della propria persona caratterizza la maggior parte degli individui obesi i quali possiedono un concetto di sé negativo che si manifesta con alterazioni dell’immagine corporea facilmente osservabili nelle rappresentazioni della figura umana.

Solo in un ristretto numero di casi di obesità infantile è possibile attribuire l’eccesso ponderale a cause di natura organica. Più frequentemente la patologia sembra essere causata da uno squilibrio tra apporto calorico e consumo energetico probabilmente dovuto ad una eccessiva riduzione dell’attività motoria a favore di una vita più sedentaria caratterizzata da un abuso di Tv e video giochi.

Il trattamento dei bambini obesi presenta diverse difficoltà. Esiste un elevato numero di pazienti che dopo la prima visita o dopo poco tempo interrompono la relazione con la struttura di riferimento. Le prescrizioni dietetiche molte volte si rivelano di scarsa efficacia poiché di difficile attuazione per il paziente. I medici sono costretti a fare i conti con la mancanza di strumenti terapeutici, ad eccezione della dieta, mentre il paziente possiede una diversa rappresentazione del suo problema che lo induce ad evitare di mettere in discussione le sue responsabilità circa l’insuccesso della dieta. Si può facilmente comprendere come la motivazione dei genitori circa il problema sia predittore del successo o del fallimento della terapia, che dovrebbe fare leva sulla possibilità di una comunicazione funzionale con il genitore, sull’ampliamento della gamma degli interessi del bambino e su una maggiore assunzione di responsabilità da parte dello stesso.

  

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