FOLKLORE
Il termine folklore o folclore (dal sassone folk = "popolo", e lore = "sapere"), si riferisce alla scienza che studia le tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, tramandate oralmente e riguardanti usi, costumi, leggende e proverbi, musica e danza, riferiti ad una determinata area geografica o ad una determinata popolazione.

La nascita del termine

Il termine fu coniato il 22 agosto del 1846 dall'antropologo William John Thoms (1803-1900), che (sotto lo pseudonimo di Ambrose Merton) pubblicò un articolo sul giornale londineseThe Athenaeum per dimostrare la necessità di un vocabolo che potesse ricomprendere tutti gli studi sulle tradizioni popolari inglesi. Il termine Folklore è stato poi accettato dalla comunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare quelle forme, contemporanee, di aggregazione sociale incentrate sulla rievocazione di antiche pratiche popolari ovvero tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate tradizioni popolari, dai canti alle sagre alle superstizioni alla cucina (e che già due secoli prima il Giambattista Vico chiamava rottami di antichità).

Opere sul folklore in Italia

La documentazione che più di ogni altra ha dato l'avvio allo studio delle tradizioni popolari e dunque al folklore inteso come scienza è stata l'inchiesta napoleonica del 1809-1811, svolta nel Regno d'Italia sui dialetti e i costumi delle popolazioni locali. L'inchiesta fu posta in essere principalmente per individuare ed estirpare pregiudizi e superstizioni ancora esistenti nelle campagne italiche. Gli atti dell'inchiesta e le relative illustrazioni allegate sono custoditi nel Castello Sforzesco di Milano. Una successiva inchiesta post-napoleonica, curata da don Francesco Lunelli (1835-1856), riguardò il territorio del Trentino e il Dipartimento dell'Alto Adige (con particolare atenzione ai proverbi riguardanti le donne del Trentino), rimasti esclusi dall'indagine napoleonica perché erano territori all'epoca non ancora aggregati al Regno d'Italia.

Il più importante trattato di indagine (e forse anche il primo per completezza) lo si deve al romagnolo Michele Placucci con l'opera, pubblicata a Forlì nel 1818, intitolata «Usi e pregiudizi dei contadini di Romagna», a cui seguirono numerose altre dedicate ad altre regioni italiane. Ad esempio, egli riporta che i contadini romagnoli usavano mangiare fave nell'anniversario dei morti (cioè il 2 novembre), perché comunemente si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Altra tradizione arcaica riportata dal Placucci è quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne.

L'intellettuale che ha dato poi origine allo studio sistematico, su base scientifica, del Folklore italiano, è il medico palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916) che, dopo aver dato alle stampe la «Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane», ha realizzato un'opera editoriale insuperabile (per ricchezza di informazioni), la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane» nel 1894 e la «Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» pubblicata ininterrottamente dal 1882 al 1909. Per primo Pitrè ottenne nel 1911 a Palermo una cattedra universitaria per lo studio delle tradizioni popolari, sotto il nome di demopsicologia.

Durante il fascismo questo tipo di studi fu utilizzato dalla propaganda di regime inizialmente per rafforzare il mito romantico e medioevaleggiante del Popolo legato alla propria terra e alla tradizione, poi per creare "il popolo" a livello nazionale, cercando di unificare con l'azione dell'istituto del dopolavoro le tradizioni locali.

Dopo la seconda guerra mondiale, grande impatto ebbe la pubblicazione delle "Note sul folklore", contenute nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. In particolare, Ernesto de Martino condurrà le più celebri ricerche folkloriche italiane, Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso, scegliendo come oggetto classi sociali considerate fuori dalla storia, i contadini del sud italia, con il dichiarato obiettivo di utilizzare le tradizioni popolari, definite come folklore progressivo, come elemento fondante di una futura coscienza di classe.

Questa corrente di studi rimarrà dominante in italia fino agli anni ottanta (con Alberto Mario Cirese, che dagli anni sessanta impose come nome per gli studi di folklore all'italiana il termine demologia), periodo dal quale viene rimesso profondamente in discussione l'oggetto di studio, criticando la reificazione delle tradizioni, e ponendo l'accento più sui processi di costruzione sociale e sull'uso che i soggetti fanno di esse.

Fonte Wikipedia



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