Come una sinfonia corale, il racconto lungo ha un inizio piano, sconvolgente nella sua piattaforma di tenue densità.

Carmen De Stasio

Come una sinfonia corale, il racconto lungo ha un inizio piano, sconvolgente nella sua piattaforma di tenue densità. Lo spartito va colorandosi di tonalità sempre più incisive e lo spazio dà forma a lettere, vocali, consonanti che si susseguono e si inseguono a creare frasi, periodi sempre più forbiti ed intricati, fino a formare un groviglio verticale, straziante viluppo di emozioni, che si impregnano di visioni che si catapultano sulla pagina bianca e rendono la percezione a pelle di straziante vigore. E’ l’ultimo lavoro di Enza Piccolo, un piccolo trattato di storia intima e comune, un inebriante senso di appartenenza che coinvolge anche nelle distanze spaziali.
La storia parte da lontano, raccoglie suoni e voci di un passato personale, raccontato in prima persona, come se a dipanare quel volo temporale fosse la stessa autrice, che costruisce con mano sapiente un pezzo vago del percorso comune, lo raccoglie in uno scrigno e lo offre a chi vuol intendere, a chi abbia voglia di riflettere.
Quando il passato diventa un’ombra opprimente, che si desidera spazzar via perché gravoso è il fardello, scomodo e disturbatore di tranquillità “finalmente” acquisite, cosa accade? Accade che, anziché chiudere sbadatamente la porta alla memoria, essa viene risucchiata, fagocitata, analizzata, radiografata, approfondita. Scarnificata da orpelli addizionali ed edulcorata da circostanze dirette o imposte (di comodo) ed appare, infine, netta nella sua cornice storico-temporale. L’immagine che appare è quasi violenta nella sua immediatezza. Così Enza Piccolo arriva a compilare quello che definisco il suo piccolo capolavoro letterario. Non una scrittura di pancia, o, almeno, non solo quello.
L’autrice elabora a partire da una densa concentrazione cerebrale. Un parto che nasce da una spirale di riflessioni che si traducono in testo letterario, si contorce sempre più e riesce con innata capacità ad agglomerare in un continuum di mente e odori, sprazzi di chiusura, storia conosciuta e storia piccola, dentro e fuori. Una storia di donna comune. Una comune storia di donna. La Grande Storia è la cornice di una condizione al femminile sempre attuale. Parlo di Donna, quella che pensa, che si vive, che vive i propri respiri e i propri aneliti; che si riconosce da lontano e tra le pagine di un libro perché tratto emblematico di razionalità e forza di recupero.
L’autrice, ferma nelle intenzioni profonde che la sospingono a trattare una materia tanto impregnata di squallida materia, quanto fervida nella capillare descrizione delle immagini che si vivificano all’interno, evidenzia in maniera liberatoria le sonorità di una storia che si sviluppa attraverso personaggi e vicende sconvolgenti e reali una serie di sensazioni concentrate nel viluppo deflagrante di una scrittura che si palesa nel suo essere convulsa e allo stesso tempo lineare, chiara e chiarificatrice. Quanto meno, per chi desideri andare a fondo e leggere tra le parole. Caratteristica questa mediata dalla grande scrittura arrabbiata, silenziosa, evocatrice del novecento.
Le parole si trasformano in rocce scagliate verso un orizzonte proprio e tendono a svelare spazi emozionali forti: con scaltrezza Enza Piccolo media tra gli interstizi della memoria, compone quegli spazi come pezzi di mosaico, li adagia su un piano di lettura libero da sovraccarichi superflui e da pause. Ecco la valenza di quello che definirei luogo di espressione ideale per una scrittrice prolifica, che ama coinvolgere nel proprio sentiero le altrui menti. Si potrebbe parlare di scrittura metafisica, un verso drammatico, un monologo interiore anche lì dove apparentemente agirebbe la struttura del dialogo. Ellittico, abbondante di chiavi di lettura, senza essere mai pleonastico e ridondante.
Non esaltazione mitica, ma rude concretezza, sebbene talora, tra gli spazi fulgidi e vigorosi di potente e prepotente angoscia, riaffiori qui e là quella tragica esperienza dell’esser femminino che va a sovrastare il suo silenzio con un affascinante quanto agghiacciante ed inquietante esaltazione del mutismo. Si chiude a riflettere Enza Piccolo e sembra che le sue dita, prolungamento di una mente munifica, prendano via via un percorso diverso dalle intenzioni, perché il suo modo spinge al di là della scrittrice e apre scenari che lei-donna vuole mostrare e condividere.
Per vincere timori e sopraffare (non sconfiggere, un sogno!) la (paura della) solitudine. Allora il fare diventa la strategia per vivere e dare senso al vivere. In ogni situazione emerge l’essere femminino di ogni tempo, una visione esemplificata mediante la tecnica del continuo procedere dall’esterno all’interno e ancora dalla traduzione ed esplicazione di un mondo che spinge all’autoaffermazione e alla scoperta finale. La strategia adottata è il fluire scomposto di parole che raccontano di eventi che danno spiegazione del caos che viene addirittura apprezzato.
Come un impetuoso scorrere di acque esplosive oltre gli argini, vagano libere e, infine, libere di inondare luoghi e tempi, intimi mondi e occhi che guardano con inquieto stupore verso un passato che non potrà essere sottoposto a stralci di mutazione, ma che potrà essere spiegato nel dopo, nel quale troverà spiegazione. E’ la forza della memoria e degli occhi che di quella memoria sono stati l’obiettivo dissacrante e veritiero. Ma che alla luce dell’oggi sanno anche darne definitiva forma. (continua)
Carmen De Stasio