DANZE MODERNE (I TEMPI CAMBIANO)
Data: Domenica 5 Aprile 2009
CULTURA



Con quest’ultima fatica letteraria frizzante di esuberanza giovanile, Paolo Vincenti dà prova di capacità nel coniugare verve passionale di scrittura in sinergia con il pensiero ...


Carmen De Stasio


 
Con quest’ultima fatica letteraria frizzante di esuberanza giovanile, Paolo Vincenti dà prova di capacità nel coniugare verve passionale di scrittura in sinergia con il pensiero che, cogliendo percezioni che si annidano nei meandri nascosti del tempo interiore, trasferiscono nel segno scritto la serie di impressioni che il tempo fuori e lo spazio dentro-fuori rappresentano.
 
Tra l’impressionista e il romantico arrabbiato ed intimista, l’autore salentino disvela il proprio iter riflessivo nella molteplicità dei segni da cogliere in un immediato riservato agli eletti della ragionevolezza. Un circuito di lettura in cui Paolo coinvolge chi si sente avviluppato dalle maglie della vibrazione che muove dalle sue parole ingombranti, catapultate verso un tempo che apparentemente è trascorso, ma che lascia una scia lunga fino ad oggi. O domani. O ancora in successione per altri tempi di là da venire.
 
Le sue meditazioni, andando a ritroso nella storia, si traducono in un linguaggio criptico, carico, da decodificare secondo strumenti contemporanei, cui l’autore non concede la chiave di accesso. Appare, anzi, nella veste dell’ironico narratore di eventi rappresentati come effetti speciali, affabulatore di storie da rammentare. Altrimenti il suo risulterebbe un non scopo.
 
Non si tratta di giaculatoria. Né divertissement di un colto. Né, soprattutto, si tratta di autocompiacimento, ma di analisi capillare, intellettuale, che ricorre agli strumenti della sottile ironia, dell’autoironia (si pensi alla pomposità delle citazioni). E come non pensare che si tratti di ironia, visto che qualcuno ha detto che chi non ha argomenti cede sovente alle lusinghe delle facili citazioni?
 
Paolo veste i panni del giullare per indurre al sorriso. Ricordo o scoperta. Collega frasi e riflessioni a canzoni: in fondo, non sono anche queste l’emblema della nuova poesia? Poiesis significa creare e Paolo inventa un linguaggio che è giovane, diretto. Parla secondo la tecnica del just in time. Ma il linguaggio si permea di metafore, di similitudini necessarie a dar man forte all’intenzione profonda.
 
E’ il tempo attuale quello di cui tratta. Il tempo con i suoi minimi tempi, le sincronie e le sintonie, le tonalità laceranti, strazianti, svettanti, canzonatorie; egli si rimodella, si riscopre e si re-inventa, uscendo dai parametri del decoro come raccontatore di tante note. Il bello, il brutto. Da qualche parte si arriverà.
 
 E poi nel nostro tempo, che media dalle frizioni del mercato e della competizione secondo cui chi-arriva-secondo-è-comunque-perdente, egli gestisce il proprio spazio e vi riflette le minime intuizioni, che si rafforzano secondo le movenze di una danza che scivola come il tempo ed in cui il tempo danza al ritmo di toni esteriori, che ne legittimano l’integrità. Ma vanno oltre. Chi vuol intendere…E’, ancora, il gesto istruttorio di viversi. Tanti simboli, tante posizioni.
 
Parole e voce. Parolavoce. Roboante, talora silenziosa, delicata, sussurrata, felpata, segreta, si propone in una ritmicità plateale come una sorta di Manifesto della nuova età. This is the Dawn of the Age of Aquarius (scusami, Paolo, ma Hair mi entrò nel profondo per non abbandonarmi più!). Fine ed inizio. La propria età, quella in cui il veto è sul gioco, accattivante come una novità di bimbo. Un desiderio di riprendersi la campana e saltarci sopra. Arrivare, urlare la propria soddisfazione. Vincere.
 
Chi pensa è saggio. Ma cultura significa altresì (rap)presentare le proprie esperienze con l’arricchimento della parola giusta al momento giusto. Significa saper porsi ed esporsi senza ridicolizzarsi. Le buone maniere. La buona terminologia. Lui esce dai ranghi. Vuole ballare un ballo secondo le proprie tonalità e la sua vocazione, pur mantenendo il proprio riconoscimento nel gruppo. Ha bisogno di respirare la stessa aria e calpestare la stessa terra, pur nell’integrità e unicità del pensare secondo il proprio modo e la propria velocità.
 
Oggi le rime sembrano essere le traiettorie esistenziali per eccellenza. Sono simulacro della brevità di informazione e l’assimilazione facile e facilitata, altrimenti non ci sarebbe ascolto. Sono sintomo di immediatezza. Un refrain ridondante fino alla nausea. Desiderio e bisogno di esserci.
 
Leggo, dunque, la storia dei nostri tempi nel libro di pensiero di Paolo. Mi incuriosisce e dunque ha una sua valenza (curiosità + conoscenza >> cultura). Mi piace il gioco ironico ed amaro. Spinge come contro una bolla di cristallo per celebrare la (propria) voce, altrimenti lo scalpiccio convulso sul selciato ne spegnerebbe il ritmo e confonderebbe l’intento. Soprattutto la parola.
 
Il tempo delle riflessioni appare trascorso. Ma saggezza è e rimane capacità di pensiero. Che sa di nuovo, con lo sguardo rivolto alle piacevolezze del proprio ed altrui trascorso.
 
 Carmen De Stasio
 




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