«LEI HA UN TUMORE»: ERA UNA GARZA NELL'ADDOME
Data: Sabato 31 Gennaio 2009
CRONACA



Temevo di avere un tumore, invece era una garza che mi aveano lasciato nell’addome diciannove anni fa nel corso di un intervento chirurgico». È la storia di cui è stata vittima un’insegnante di San Severo, Anna Popolo.



SAN SEVERO (Foggia) - «Temevo di avere un tumore, invece era una garza che mi aveano lasciato nell’addome diciannove anni fa nel corso di un intervento chirurgico». È la storia di cui è stata vittima un’insegnante di San Severo, Anna Popolo. Ora la donna, assistita dall’avvocato Mauro Valente, chiede il risarcimento del danno patito in tanti anni di disagi e paure, complice l’ansia di ritrovarsi a combattere ancora una volta contro un tumore. L’unica strada è il risarcimento perché una eventuale azione penale sarebbe ormai prescritta. Una storia che ha dell’incredibile e che la protagonista racconta alla «Gazzetta».

«Nel 1989 - ricorda - fui operata all’ospedale “Masselli Mascia” di San Severo per l’aspor tazione di una grossa massa tumorale. Un’operazione, tra l’altro, di notevole complessità e, ed è giusto dirlo, ben riuscita. Credevo di aver risolto definitivamente i miei problemi, ma fin dai primi giorni successivi all’intervento avvertii che qualcosa non andava». 

Una situazione che ben presto si iniziava a materializzare. «All’interno della parte operata avvertivo un dolore costante, tanto che mi lamentai più volte con i medici che mi avevano in cura. Ma la diagnosi dei dottori era sempre la stessa: poiché la massa tumorale rimossa era molto grande dal peso di circa un chilo e mezzo, i tessuti avevano bisogno di tempo per riprendere la necessaria elasticità. E quanto te le dicono i medici che comunque ti hanno salvato la vita è difficile non crederci». 

Gli anni trascorrevano, i problemi fisici dell’insegnante rimanevano gli stessi. «Anzi - riprende i fastidi al basso ventre con dolori più o meno forti a seconda dei giorni erano diventati una costante della mia vita. Molto spesso tornando dal lavoro ero costretta a stendermi per aspettare che quel dolorino si calmasse». Da quel momento iniziava una lunga serie di visite mediche, esami, gastroscopie, tutte con lo stesso risultato: niente. «Mi recai da altri medici - incalza Popolo -: tutti mi dicevano che forse con l’intervento subito nel 1989 si erano create aderenze che causavano quei rumori. Subentrò una sorta di rassegnazione finché un anno fa, un esame alla colonna vertebrale mi evidenziò in addome una grossa massa rotondeggiante, non meglio definitia e definibile. nessuno lo diveva apertamente ma tutti pensavano che il tumore di tanti anni si fosse in qualche modo riformato. Ancora più strano che dall’esame radiologico risultava la presenza di un filo metallico. Trascorsi giorni infernali, ben consapevole che quando un tumore si ripresenta difficilmente lascia scampo. Anche i medici degli Ospedali riuniti di Foggia non si pronunciavano il che mi lasciava ancora più spaventata. Ma su una cosa erano tutti d’accordo: bisognava operare con urgenza». 

Nuovo intervento chirurgico. «Mi avviai in sala operatoria - commenta ancora la protagonista salutando i miei cari con la morte nel cuore e convinta che non li avrei più rivisti. Al risveglio la sorpresa: «All’interno del mio corpo i medici avevano rinvenuto una garza arrotolata di ben 30 centimetri di lunghezza e 7 di larghezza dimenticata nel mio corpo nel 1989». 

La richiesta di risarcimento è già sui tavoli dell’Asl. «Non è ammissibile una tale dimenticanza - sostiene l’avvocato Valente che da anni si occupa di responsabilità medica -. Buona regola vuole e tanto valeva anche nel 1989, che tutti i ferri e le garze vengano contati prima e dopo ogni intervento per scongiurare situazioni del genere. Qualcuno non ha fatto il suo dovere: non solo chi ha materialmente dimenticato la garza ma anche chi avrebbe dovuto contarle. Fortuna ha voluto che quella garza non abbia creato infezioni, altrimenti la mi assistita non sarebbe qui a raccontare la vicenda. Ora agiremo nei confronti dell’ospedale di San Severo per ottenere il risarcimento di tante sofferenze». (Antonio D'Amico, La Gazzetta del Mezzogiorno)





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