DEI 'RELITTI’ E DELLE PENE ... DI NARDO’
Data: Martedi 30 Dicembre 2008
CRONACA



Nell’augurare a tutti i lettori un buon anno 2009, auspico per davvero una nuova sensibilità per il nostro paesaggio, consegnatoci con la promessa di saperlo gestire e migliorare nel futuro.



NARDO' (Lecce) - Ancora un ritrovamento importante lungo le coste di Nardò. Il nostro mare regala continuamente prove del passato, per ultimo una nave romana nelle vicinanze di una scogliera.
 
Conoscevamo la preziosità del primo “relitto”, quello rappresentato dalla nave oneraria romana del II secolo a Santa Caterina di Nardò, ora un “relitto” ancora più “relitto” del primo, pensate un po’, risale ad un’epoca pre-romana identificata tra il IV e il III secolo a.C.
 
Un altro importante ritrovamento, “relitti” importanti che la storia di Nardò annovererà tra i suoi tanti tesori a testionianza della considerevole attività commerciale di cui sono state partecipi queste zone.
 
L’archeologia, come materia dai mille possibili sviluppi, a livello culturale e turistico, potrebbe preservare nuove elaborazioni, magari tracciare altri tipi di specializzazioni in questo campo per spostare in avanti l’interesse del Salento. D’altronde, come ho scritto tempo fa, l’argomento risulta essere la “gallina dalle uova d’oro” e la confluenza d’interesse professionale e tecnico per quest’indirizzo è, in questo memento, al  massimo.
 
La mia osservazione, a questo proposito, riguarda proprio questa nuova direttiva culturale.
 
E’ stato da sempre chiaro che sotto il nostro suolo e sul fondo mare giacciono sicuramente altri e tanti importanti reperti: preservarli in luoghi sicuri e contemporaneamente far partecipare la collettività a questo tipo di costruzione e divulgazione della nostra storia farà parte della cultura di un prossimo futuro.
 
Comunicare nuove scoperte archeologiche e presentare i nuovi lavori di ricostruzione virtuale tridimensionale dovrebbe essere un’operazione condotta di pari passo con la difesa delle caratteristiche ambientali naturalistiche (per cui già si è fatto tanto), ma occorrerebbe ancora un grande sforzo per la difesa delle tipologie edilizie originarie, preservandole anche nelle loro ‘semplici’ caratteristiche.
 
 Chiesa della Purità
 
Parafrasando il titolo di un saggio scritto dall'illuminista milanese Cesare Beccaria tra il 1763 ed il 1764 “Dei delitti e delle pene”, il titolo scelto per questo scritto chiarisce l’argomento del quale ho estrema considerazione, in quanto trovandoci in una fase delicata della trasformazione della città, urgono regole chiare e vincoli da rispettare per poter raggiungere la qualità urbana che è sempre mancata in questo paese.
 
Vorrei, perciò, si riflettesse sul grande paradosso che vede da un aparte la ricerca spasmodica intorno all’importanza dell’archeologia e dall’altra la compromissione  della qualità degli interventi sulle nuove ristrutturazioni nel centro storico.
 
Chiedo con estrema fiducia e serietà, da cittadino ‘consapevole’, di porre rimedio a questo degrado premeditato.
 
Prego, pertanto, gli amministratori a riflettere su questa particolare situazione di disagio cittadino, rappresentato fondamentalmente dalle strade ridotte quasi tutte ‘a senso unico alternato’ e in frantumi e appartenenti più ad un paesaggio medievale che ad un centro urbano del 2009.
 
 Buche che da mesi scardinano le sospensioni e non solo qulle degli autoveicoli.
 
Chi ci ripagherà di tanto stress che dura ormai da troppi anni ?
Dagli ultimi sviluppi, per quanto riguarda la riqualificazione di alcune costruzioni, appare chiara anche una certa superficialità di fronte a problematiche compositive urbane.
 
Manca un regolamento adeguato, anzi un’interpretazione seria, a difesa proprio di quelle caratteristiche abitative che sono sconvolte dall’anarchia compositiva o dalle pacchiane invenzioni episodiche assecondate da uffici che dovrebbero essere predisposti a negarle.
 
Non è certo la mancanza di strumentazione che impedisce di intervenire: il P.R.G. (capitolo 1° delle Norme preliminari) del Comune di Nardò è chiaro, così come sono chiare le Norme Tecniche d’Attuazione concernenti il Centro Storico (art. 35).
 
 Manca certamente la cosa più importante, ossia la cultura del paesaggio e la sensibilità per l’esistente.
 
L’erronea interpretazione diventa chiara, soprattutto alla luce delle recenti e formali manomissioni edilizie.
I piani di recupero come si confrontano con gli interventi, per esempio, dell’aggiunta di balaustre, cornici marcapiano, sovraporte, sovrafinestre, scale esterne, ecc… che stanno comparendo nel centro storico, decorando erroneamente l’armonia del paesaggio urbano?
 
Manca un controllo maggiore da parte della Soprintendenza, che dovrebbe farsi carico di una supervisione, vincolando ad una discrezionalità d’indagine i progetti presentati con quelli effettivamente realizzati, almeno quelli riguardanti il centro storico.
 
Poi, a quanto pare, urgerebbero dei corsi di aggiornamento per i tecnici  e magari definire ciò che ho sempre auspicato: un team o un ufficio per il centro storico con responsabilità diretta sugli interventi e in contatto continuo con la Soprintendenza.
 
Auspico, quindi, un “sistema a rete” per la qualità dell’architettura. Questo eviterebbe che ‘apparenti’ cultori della materia difendano la storia e il centro storico solo a fasi alterne o peggio a seconda dei colori dei programmi politici, mentre il centro storico cade miseramente nella consueta ripetizione di anarchici codici commerciali fin troppo abusati e volgari.
 
Arrivano, comunque, delle conferme che testimoniano, grazie al cielo, la presenza di sensibilità attente per queste problematiche e definiscono gli interventi grotteschi, anzi i “pacchiani restauri, fino a sfiorare il ridicolo”.
 
Gli uffici che mancano di questo controllo o che non si sforzano di regolamentarne le deroghe si assumeranno, naturalmente,  le loro responsabilità per gli evidenti degradi già causati.
 
Dispiace, in ogni caso,  che di fronte ad un evidente tentativo di recupero del centro, proprio nel momento del suo nascere, venga nello stesso tempo trasmesso e mostrato a tutti, senza dignità, il virus della sua fine.
Fegiarsi dell'indifferenza non fa certo onore ai curricula degli amministratori: in altre città d’arte, errori evidenti, come quelli che sono sotto gli occhi di tutti,  non solo non  esistono, ma non sono neanche concepibili, nè tantomeno scusabili.
 
Nell’augurare a tutti i lettori un buon anno 2009, auspico per davvero una nuova sensibilità per il nostro paesaggio, consegnatoci con la promessa di saperlo gestire e migliorare nel futuro.
 
Spero, quindi, che l’archeologia venga rivalutata in tutti i suoi “nuovi relitti” e che,  contemporaneamente, gli uffici preposti rivalutino anche quei processi di qualità dei procedimenti urbanistico-architettonico-tipologici finalizzati ad evitare altri oltraggi, sofferenze e pene al nostro prezioso patrimonio storico.
 
Paolo Marzano
 




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