ITALIANI, POPOLO DI SANTI E ... DI SANTONI
Data: Lunedi 27 Agosto 2007
EDITORIALE



La chiassosità non fa bene alla Nazione e agli italiani non servono i “santoni” e i “missionari”.


Palazzo della Civiltà del Lavoro (Roma)


NARDO’ (Lecce) - Il Palazzo della Civiltà del Lavoro, conosciuto semplicemente come Colosseo Quadrato, voluto da Mussolini e progettato dall’architetto Marcello Piacentini alla fine degli anni ’30, presenta sull’attico di tutte e quattro le facciate la seguente iscrizione a grandi lettere:

“UN POPOLO DI POETI DI ARTISTI DI EROI DI SANTI DI PENSATORI DI SCIENZIATI DI NAVIGATORI DI TRASMIGRATORI”.

Dagli anni ’40 ad oggi, di acqua sotto i ponti, come si suol dire, ne è passata tanta e il profilo degli italiani è decisamente cambiato. Siamo, ad esempio, poco inclini alla santità, forse non lo siamo mai stati, e l’eroismo è considerato pericoloso e nocivo.

E’ rimasta, invece, la voglia di navigare, soprattutto “a vista”. Navighiamo, incuranti del pericolo, anche nelle avverse condizioni atmosferiche; lo facciamo nel sociale e nel mondo imprenditoriale, nelle aule scolastiche e in quelle parlamentari; lo fanno i “poveri Cristo” e i Ministri della Repubblica.

Fin qui “nulla quaestio”: sappiamo bene che gli italiani sono dotati di estro e fantasia, che trascurano il principio di non contraddizione e che sono restii al rispetto dei “valori nazionali” e dei “principi costituzionali”.

Quanto alla capacità immaginativa, mi ritorna in mente “Davanti San Guido” e Giosuè Carducci, la vaporiera, la mandria di puledri al galoppo e il povero asino “bigio”:

“Ansimando fuggìa la vaporiera

Mentr’io così piangeva entro il mio cuore;

E di polledri una leggiadra schiera

Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

Rosso e turchino, non si scomodò:

Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo

E a brucar serio e lento seguitò".

Oggi non ci sono più le vaporiere e neanche i “padroni del vapore”, ma è certamente in forte aumento la schiera dei “puledri” che corrono dietro al “rumore”.

La chiassosità, comunque, non fa bene alla Nazione e agli italiani non servono i “santoni” e i “missionari”, le divisioni, peraltro incomprensibili, tra buoni e cattivi, tra benefattori e malfattori, tra coloro che difendono gli ideali e coloro che tutelano gli interessi, tra la “parte sana del Paese, che incarna la civiltà e l’altruismo” e la parte malata, che incarna la barbarie e l’egoismo”, tra i politici chiamati a compiere una sorta di “missione salvifica” e quelli che, invece, pur non essendo affetti dal complesso di superiorità morale o meglio “dal complesso dei migliori”, debbono essere dileggiati e, possibilmente, mandati al rogo.

Non vi sono due Italie: vi sono, probabilmente, due categorie di italiani. C’è, ad esempio, chi vive di lavoro e chi vive di espedienti; chi percepisce un salario da 1000 euro al mese e chi, baciato dalla benevolenza parlamentare, di euro ne riceve molti di più; c’è chi è tenuto a lavorare almeno 35 anni per incamerare una modesta pensione e chi, con pochi anni di mandato parlamentare potrà garantire a sé e ai propri eredi un “vitalizio” superiore ai tremila e cento euro mensili; c’è chi viene assunto per concorso e chi opta, avendone la possibilità, per un lavoro di consulenza presso un Ente pubblico, preferibilmente, Comune, Provincia o Regione, più agevole da ottenere, più remunerativo e più appagante; c’è chi studia e spera che le cose cambino e chi, invece, dorme sonni tranquilli, nel convincimento, nient’affatto peregrino, che, per “alcuni”, ci sarà sempre e comunque un cardo da rosicchiare.

Non è mia intenzione tediare ulteriormente il lettore, che, in ogni caso, ringrazio per la pazienza e la perseveranza dimostrate, ma, sforzandomi di guardare, con spirito critico e con un pò d’ironia, alle argomentazioni esposte, non posso non ricordare Gian Antonio Stella e “la risposta che diede un architetto palermitano quando gli chiesero perché diavolo avesse costruito la grande piscina olimpionica, rimasta chiusa per anni, senza l’impianto di riscaldamento".

Si battè una mano sulla fronte e disse: “Minchia: m’u scurdai!"

Angelo Losavio





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