Martedi 23 Marzo 2010

Non posso non farmi coinvolgere da un’atmosfera tanguera nel respirare quel vento che sa di Argentina e che irradia nelle foto artistiche di Mari Giaccari, giovane fotografa di Galatina, dove vive e opera. Dai suoi scatti traspare una sensazione di complicità con quelle atmosfere, simbolica affermazione tra le righe di un coincidente senso di appartenenza, che motiva una significazione espressiva d’improvvisazione tenacemente allusiva, distante dalla severità di un obiettivo puntato ad imitare la realtà.
Mari Giaccari possiede nel sangue l’argentinità e questo forse la rende maggiormente accreditata a veicolare una riflessione su uno stile di essere che corrisponde successivamente ad una maniera professionale di interagire con le circostanze concepite come soggetti e-o personificazioni della sua intuizione e nel gesto di fermare l’intensità espressiva. La sua è una strategia per riportare all’eterno momento la propria storia come continuità trasfigurata nella natura del tempo contemporaneo che segue non una sonorità triste, ma il rumore in sottofondo del cambiamento, della città; mantiene il ritmo deciso e ritmico in coincidenza con gli spasmi di una velocità-progresso.
Questa potrebbe essere la metafora del mio segno riguardo all’opera fotografico-artistica di Mari Giaccari; segno impressivo che miscela senza confondere una storia-terra precedente con una terra-storia attuale, veicolata da toni progressive, senza mai dimenticare il timbro vocalico dell’appartenenza. Una fotografa giovane; uno spirito indomito alla ricerca di un particolare che sia evocativo di una sensazione voluta, manifestata come la voce di dentro, spinta a passi felpati lì dove la consacrazione dell’immaginazione possa aver luogo. Nel segno del viaggio.
L’onda lunga e breve unisce l’intelletto, la coscienza con il cuore e l’anima di chi legge nell’intensità, nell’essenza delle cose e forgia il senso di una creazione che emerge sottile ed impetuosa tra stille di luce che invadono l’obiettivo e fermano momenti come guizzanti note di verità colte nel gesto quotidiano. Lo sguardo di Mari è nell’obiettivo, attraverso il quale concede visibilità a uomini viandanti nell’interezza del sé dentro-fuori come testimonianza di esistenza, di passaggio, bloccati in un protagonismo oltre la cortina di grigio che invade la fugacità degli attimi sulla strada. Protagonisti “incoscienti” distanti dalla consapevolezza artificiale di esserlo. Dunque veri!
Mari Giaccari è un’artista on the road: nel suo girovagare su strade e in luoghi sovente noti nella completezza d’immagine e nel nome ma non nell’anima e nella vitalità, ella carpisce il fatto, punta al dettaglio di territori conosciuti attraverso occhi ad unico sguardo, oppure resi sontuosi e veritieri nell’esclusiva condizione argomentativa, focalizzata a cogliere solo una traccia di quel cammino. E invece l’intensità prospettica di Mari va oltre, punta lo zoom sul fulcro delle cose e ne assimila le tonalità cromatiche intime, che sulla scena appaiono, infine, avvolte in una coltre di magia, di prospettive in chiaroscuro, integralmente riprese nelle affinità, nelle somiglianze; le coinvolge nella scena cittadina, lì dove i futuristi avevano addensato il concetto nuovo di cuore pulsante, un nuovo marchio di civilizzazione in volo di progresso tecnologico, sociale, umano.
In questo senso non si può parlare di visioni contemplative, giacché Mari Giaccari è in grado di leggere la realtà dall’interno. La sua è una foto intimista, che va a scrostare dalla superficie il pulviscolo degli agenti esterni e prelude, al contrario, ad una visione argentea, accecante, sorprendente, talora sfumata, in cui ogni particolare rientra in un gioco di cromatismi che si diffondono in una continuità che non è già semplicemente l’accostamento di toni, ma é sovrapposizione in coerenza spaziale di un individuo nell’attimo di partecipazione all’ambiente e l’ambiente stesso, a sua volta integrato totalmente nelle assonanze, nelle discrepanze, nei cambiamenti e nelle camaleontiche traslazioni che avvengono nell’vita intima e parallela del soggetto. Si percepisce la vita nell’ univoca complessità visiva del quotidiano elemento che viene sorprendentemente distolto da una forma di edulcorazione plastica ed appare sintesi di personificazioni a vari livelli nella commisurazione di un sempre ora, sempre ovunque.
Come il tango, l’atto fotografico si svela attraverso un’improvvisazione coloristica, densa, intensa. Dinamico occhio acuto come un romanzo storico che parla di arte nella forma di semplicità.
Mari Giaccari riprende il fatto circostanziale, fotografa o, meglio, radiografa, contiguità che appartengono ad una terra distante da tutti noi, ma per lei congeniale, per lei ricordo che ritorna in stilizzazioni bianco fumo e nero di luce. Ecco perché l’Argentina. La novità del gesto semplice si inebria nella fantasmagoria di colori e di intonazioni che sfuggono se colti attraverso la lente della quarta dimensione, di insieme come dispersione tonale e formale, come finzione discordante e fuorviante. E invece, trasferendo l’intenzione nell’energia deflagrante di un duplice colore che trasla in monocromatismo, nell’interiezione in bianco-nero le tonalità si caricano di intensità luminosa. Così il bianco si fa luce divina e divinatoria, sfolgorante punto focale da cui emana la vita, attimo di magnetico flusso.
Nell’oscurità del nero l’elemento cupo diventa velluto morbido, arcano magmatico e si tinge della passione dei tempi. Potrei addirittura configurare il linguaggio tecnico di Mari Giaccari come scritto tramite una sintassi minima, di purezza che media nel fermo immagine la mestizia di un gergo, il lunfardo, criptica espressione linguistica ad uso di una nicchia popolare; nucleo di gestualità e silenzi, movenze e toni vocalici quale segno coriaceo di appartenenza che vive nelle immagini, che esprimono qualcosa di volutamente ambiguo per lasciare che l’attimo fermi la meditazione e lo sguardo dell’osservatore penetri la profondità di quel mare in movimento che è l’enfasi di un’esistenza.
Carmen De Stasio