Alda Merini
Domenica 21 Marzo 2010
BRINDISI - Ho conosciuto Alda Merini un giorno di tantissimi anni fa, agli albori della TV d’assalto e ghiotta del funambolismo emozionale della sofferenza. Mi faceva l’occhiolino dalle pagine di un libro del quale non ricordo più il titolo. Era il mio tempo di avvio all’approfondimento e all’interpretazione del segno comunicazionale di tante artiste che mai hanno avuto l’occasione di calcare il palcoscenico della fama imperitura e che oggi qualcuno scopre, non senza il fastidio di non capirne nulla, perché il vero linguaggio femminile è celato tra le righe; è il non detto che si esprime per movenze e spettri di parole.
E’ evanescente nuvola che impila vita sopra la vita, che indossa un abito bianco per fustigare il mondo e ribellarsi alle convenzioni, le stesse che Alda Merini ha tentato di contrastare ogni giorno, risolvendosi nella sua soffitta impregnata di passati eventi, di ricordi tenacemente abbarbicati tra i ricami sottili di ragnatele portafortuna, sibille di vita. Quella che Alda voleva. Che tante donne-artiste mute non hanno avuto. O cercato.
Il poeta è poesia e non veste alcun ruolo: compie da saggio il volo all’interno di sé per riportare in parola il segno delle sue emozioni.
I versi sono polvere chiusa
Di un mio tormento d’amore,
ma fuori l’aria è corretta,
mutevole e dolce ed il sole
ti parla di care promesse,
così quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo. (Alda Merini)
Questo era ed è Alda, poeta-poesia che straziava la sua creatura dilaniandone la sinossi in frammenti di vita senza esistenza ed esistenza come vita ogni giorno anelata. Ogni giorno perduta. Un segno di fluidità senza interpunzioni artificiali per veicolare il suo momento: in questa cornice luminosa percepisco le sue poesie che, come pugno violento, inseguono sul foglio bianco il pensiero che le scivolava di mano frantumandosi in consonanti rumorose o vocali dal suono lieve ed alitava infine sull’immagine di sé e della sua relazione con il mondo, il suo mondo-ambiente, in cui la costruzione del blocco della serenità si assimilava ad una preghiera infusa di genuinità come una letterina natalizia a Gesù.
Alda viveva il mondo e lo respirava contenendo nel sé-poesia tutte le sfrangiature di un tempo dall’inquietante movimento bustrofedico, in cui nulla avanzava e nulla cambiava, in una processione lenta, oscillante indietro, avanti, nel presente e soffrendo perché la sofferenza le rammentava il ricordo mai assopito di vita impilata sulla vita, che per lei era dolore impilato eternamente su dolore.
La sua memoria era la vera forza della sua poesia che tanti premi le ha fatto ricevere (a lei davvero importava?): una memoria di chiari e scuri, di foto sgualcite e di rappezzamenti d’amore, pur mai perdendo di vista la sconfinata fede in qualcosa o qualcuno, in spasmodica attesa di un angelo che la salvasse dal labirintico abisso su cui poggiava le sue fragilità. Cucciolo assetato di sensibili carezze, viveva di sogni che regalava ai passanti per indurli a condividere il suo sogno. Un amore. L’Amore! Un sorriso. Una bombola di ossigeno per continuare a vivere. Un sogno che fosse casa.
Alda era condottiero impavido che lottava per ricrearsi, per cercarsi nuova, rinnovata ogni volta anche nelle intemperie del suo pensiero. Malato - si diceva, ma il guardastelle racconta le storie che tanti tengono strette nel cassetto della propria mente e pavidi si raccontano bugie per timore di risultare sconvolgenti. Giocolieri di parole inanellate senza senso.
Alda non era guardastelle, né fumoso giocoliere: ella continuava in una sorta di monologo teatrale a parlare con esistenze assenti, spettatori evanescenti o in transito nel tempo. Era la voce unica di un muto dialogo con le sue vicende, con i suoi tempi trascorsi e traeva verità sempre più minute espresse in dettagli che si ramificavano in un’eterna conversazione con se stessa. Genius di un non-luogo. Genio della parola roca e sussurrata di strazio, di esercizi sperimentali che mai affievolirono la sua tempra forse coniata sulla forma di una poesia fuori dal tempo in uno spazio illuminato da squarci bizzarri e impregnato di vero solo nella penombra.
Nel chiuso della sua sgualcita e disordinata casetta, guscio temerario e protettivo, ella coglieva le sue storie minute e le imbrigliava in una trama incoesa perché si vivificassero di libertà, di verità e fossero il suo segno, il suo simbolo di Essere.
Pensiero,io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
Pensiero, dove hai le radici?
o nel mio grembo distrutto? (Alda Merini)
Nella creazione sovente estemporanea, le intonazioni coloristiche assumono l’immagine della rotondità, della completezza della riflessione, in una sorta di determinismo che pone l’autrice in confronto costante con una realtà sempre uguale a se stessa e che non le permette mai il riscatto. La disperazione trabocca dalle parole, privatissime realtà che le ribolliscono dentro e che trovano riscontro in un’intonazione sospesa costantemente tra ricerca di quiete ed ansia per l’inatteso.
Gli argomenti hanno il carattere dell’ordinarietà, sono convincente condizionamento esterno-interno; si vivacizzano in versi composti in libertà, distanti dagli schemi categorici classici per la materia afferibile al quotidiano; sono espressione di un tempo ricostruito con un linguaggio fluido; traduzione immediata ed imagista di reale vita vissuta, di tangibile dolore, di efficace plasticità. La poesia parla con il ritmo sconvolgente e l’intensità della strada, della gente comune. Odora di polvere e di silenzio.
Le sue creature, raccolte in anni di esperienza esistenziale possono essere inscritte in un grande misterioso libro in technicolor, in cui lo stupore vibra tra gli interstizi di una versificazione anti-convenzionale, creata in un linguaggio fresco, spontaneo eppur controllato, ogni frammento di luce si fa parola evocativa di un sogno che si rigenera e parla con la voce del momento che l’ha suggerito, prende forma nella composizione che rasenta la definizione di un percorso in salita, arduo, frantumato, interrotto e risognato.
La densità simbolica delle parole-verità denota la natura fortemente impregnata del segno di una selvatichezza che la rendeva individuo vero senza maschere, dilaniato dal rumore che la sua mente sovraccarica giorno dopo giorno le rimandava come specchio da cui mai riusciva a staccarsi e che la teneva incatenata ed oscillante in un movimento palindromico.
Il linguaggio di Alda si arricchisce di elementi formativi che intervengono a rendere completa la sua poesia, che non è “parole allineate e sofferenti” (pathos), ma si potenzia ulteriormente con elementi paraverbali che inducono a “sentire” la tensione che sottende lo scritto. Si avverte l’affanno pesante, il silenzio che schiaccia con lenta ossessione di rumore sordo e lancinante; si percepiscono tormenti che avvolgono lo spazio e divengono atmosfera di dolore universale e coinvolgente.
I suoi versi sono linee di congiunzione tra l’intima piaga, la circostanza, il lento, grigio fluire di Kronos, gli spasmi e i suoi ambienti mentali, dove, con camaleontica ingenuità, ella si connotava di identità, dando una rilettura del sé visibile come quadro metafisico, nella cui silloge si evidenzia la natura delle cose, in una contemporaneità di tempi che è sintomatica del suo vivere la sua poesia.
Suo eterno presente.
Sua unica vita.
Carmen De Stasio