Lunedi 25 Gennaio 2010
BARI - Continua con grande successo di pubblico la settimana del Festival Cinematografico barese, registrando ovunque il tutto esaurito.
Ieri presso il teatro Petruzzelli sono stati presentati al grande pubblico ed alla stampa internazionale, presente in sala, due grandi anteprime mondiali, il documentario American Faust diretto da Sebastian Doggart e il film Brigh Star di Jane Campion.
American Faust (from Condi to Neo-condi): narra le vicende umane e politiche del controverso ex Segretario di Stato USA, Condoleeza Rice, attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuta e di chi ha lavorato al suo fianco.
Fin da adolescente la Rice, studentessa modello, è determinata quasi con un sentimento di rivalsa sociale, per la sua condizione di donna di colore, a diventare qualcuno.
Dopo il suo fallimento nell’ ambito musicale, la giovane Condoleeza rinuncia al matrimonio con un popolare giocatore di football americano per uno stage a Washington DC, presso la Casa Bianca.
In quel momento, secondo il regista, lei sceglie la direzione che vuole seguire nella sua vita, preferisce la carriera politica ai sentimenti, il potere all’ amore.
Sono gli anni settanta, anni di grande fermento politico internazionale, gli anni della Guerra Fredda. Divenuta una esperta sovietologa offre il suo cotributo prima affianco ai democratici e solo successivamente con i repubblicani.
Secondo le testimonianze infatti, la Rice era così interessata alla conquista del potere, che non le interessava lo schieramento politico, finquando capì che per emergere avrebbe potuto sfruttare proprio i suoi limiti, la sua condizione di donna di colore, come punti di forza che avvrebbero fatto la differenza, spiccando maggiormente, tra i repubblicani
Lavora nello staff di Reagan, di Bush senior, partecipa affianco ai Presidenti USA agli incontri internazionali in cui si decidono le sorti del mondo, si distingue per la sua preparazione, la sua determinazione.
Ma il vero successo lo conquista con il Presidente George W. Bush che le affida prestigiosi incarichi, prima nella politica estera, poi nel consiglio di Sicurezza nazionale ed infine come Segretario di Stato.
Le commissioni parlamentari che si sono susseguite all’ indomani delle stragi dell’ 11 settembre tuttavia hanno gettato su di lei diverse ombre, gran parte degli errori commessi furono ritenuti responsabilità sul suo operato. Il rischio di attentati era già stato segnalato dal gennaio 2001 senza che si facesse nulla per evitarli.
Inoltre una volta accaduti si rese conto dell’ opportunità del momento storico per ridisegnare la carta geopolitica mondiale.
Dato che non si trovarono i collegamenti tra le stragi dell’ 11 settembre con l’ Iraq, il vero obiettivo degli USA, si costruirono a tavolino le prove, rivelatesi poi false, (armi di distruzioni di massa) per giustificarne un intervento militare in quell’ area.
Dichiaratasi da sempre donna di fede, parte di un disegno divino che l’ha favorita al posto giusto nel momento giusto, è stata la principale responsabile dei disumani trattamenti di tortura utilizzati a Guantanamo e ad Abu Graib.
Migliaia di uomini, molti dei quali innocenti, sottoposti a trattamenti disumani (sodomìa, bruciature, lacerazioni fisiche, soffocamento, scosse elettriche, estrazione di unghie) espressamente banditi dalla costituzione americana e dai trattati internazionali di cui gli USA fanno parte.
Emblematico il passaggio in cui la Rice cerca di giustificarsi: “Ma ne andava della sicurezza del nostro Paese, negli attacchi dell’ 11 settembre sono morti 3.000 americani” ed un senatore ribatte “Nella Seconda Guerra Mondiale perirono 500 mila americani, ma nessun uomo fu torturato”.
Con l’ inizio dell’epoca Obama, la Rice è tornata a dedicarsi all’ insegnamento presso l’ università di Stanford, tra le proteste degli studenti che con i palmi delle mani verniciati di rosso, simulando il sangue di cui si è macchiata, chiedono invece che venga processata da un tribunale per gli orribili crimini commessi.
Un documentario ben fatto, più attento agli eventi storici, ai documenti che lo rendono più credibile, lontano dalla spettacolarità cui ci ha abituato Michael Moore, e forse per questo, si spera, contribuirà a riscrivere la storia.

Bright Star: narra la storia del poeta romantico Jhon Keats che, innamorato, trova nell’ amore la sua principale fonte di ispirazione per le sue poesie. Si trattava di un amore puro, sublime, capace di toccare le corde dell’ anima, ma proprio perché vero impossibile.
Povero e nulla tenente Keats non poteva permettersi di sposare la sua amata e presto oltre alle imposizoni sociali si aggiunge la malattia a remare contro la loro storia. Questi è invitato dai medici a trasferirsi in Italia per godere di un clima migliore, più mite. I due si separano e il poeta muore a Roma all’ età di venticinque anni senza sapere che i suoi versi romantici lo avrebbero presto reso immortale.
Un film abilmente girato dalla regista australiana Jane Campion (“Ritratto di signora” e “Lezioni di piano”) bello e toccante come un quadro impressionista, magnifica la fotografia e le ambientazioni nella campagna inglese di fine ottocento, minuziosamente ricostruite.
Il dramma sentimentale, non convince pienamente lo spettatore che rischia di annoiarsi per la lentezza del film che ricalca i ritmi ottocenteschi. La fedeltà storica può non conquistare un pubblico abituato agli action movies nell’ era di Avatar.
Francesco Mattia Ferrara