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UNA CHIOSA

Nella memoria i tempi contaminano i tempi. Gli spazi di meditazione scalpitano nudi ed integrali nella solitudine e nel silenzio ambito ...

Carmen De Stasio

Carmen De Stasio


Venerdi 14 Agosto 2009

Nella memoria i tempi contaminano i tempi. Gli spazi di meditazione scalpitano nudi ed integrali nella solitudine e nel silenzio ambito, assisa su un gradino di piazza a sud di un luogo qualunque, mi lascio avvolgere da pensieri che danzano ad alta voce nella mente
 
Tu non conosci il Sud.
Ed è un Sud a lettere cubitali; ne danno la grandezza che conviene. Senza l’alterigia del vate-poeta, né del profeta che inneggi all’unicità della sua terra, sovente scartata, abietta come infima e qui svettante come un’icona incompresa.
 
Non è questo il sud cui Bodini inneggia. No. Quello che si legge negli interstizi della parola è un sentimento greve, che offre il destro ad una sensazione uditiva sprezzante da parte di chi quel sud lo vive e, pur vivendolo come spazio geografico, o frammento di spazio, ne conosce solo la geografia territoriale parziale, ma non la geografia temporale, sensazionale, sensuale, sensibile, culturale.
 
Nessuno conosce il sud, nemmeno chi lo abita. Chi ne vive gli aliti, il sole squassato da ombre di pioggia; un sud che si tinge di colori effimeri, che riconducono ad una sofferenza vissuta da sempre, almeno da un sempre che vive da quattrocento anni a questa parte. Sì, perché scontrandosi coi manuali di storia rinascimentale – e poco oltre - si scopre una vivacità sociale e culturale che nulla o poco ha a che fare con il presente.
 
Ma il presente è sempre. C’è un presente di un passato ed un presente di un futuro, così come c’è un presente del presente e di questo tempo immediato si vanno a cogliere sfumature, silenzi, cicalecci nei meriggi afosi e nelle notti di nulla. Sui pianori e nella bruma, nelle boscaglie al pascolo e nei paesi.
 
Arabacani, che sonnecchiano nei pomeriggi caldi e ovattati d’estate, che ambiscono al sonno dopo una lunga giornata di lavoro iniziata prima dell’alba, assonnati e distanti da occhi che inneggiano alla scoperta della magia, della divinità dell’alba.
 
Solchi profondi in mani esacerbate e urtate dalla fatìa che non colgono la bellezza della natura, annusata solo come grembo di sudore che urla un non mi fido, come usavano dire le donne nel parto in questo sud fatto di strazio.
 
Di questi suoni urlanti ed ululanti del sud della fatica hanno parlato, sussurrato, poeti di quest’arte antica di vivere, che sfoggia l’altera figura della vita attaccata al sangue, al sortilegio della terra, cogliendone rumori, tanfo, vitalità e percependone il movimento come dinamica spazio-temporale che inneggia a cambiamenti, pur nella fissità delle radici.
 
Tu non conosci il sud.
Bodini si mette a tu per tu, sfida – possibilmente - l’interlocutore assente, inferendo nella sua figura tutti coloro i quali parlano, ma non conoscono della parola la materia prima; sono coloro i quali mai hanno solcato i mari della riflessione per rispondere ad una domanda tenace, assente, parabola di un vissuto da scoprire.
 
 Ecco che il libro scritto a quattro mani da Pierfranco Bruni e Marilena Cavallo osa dare una connotazione, un’identificazione quasi viscerale, magistralmente carnale, a immagini stereotipate che entrambi, in una danza a due timbri, sembrano distruggere e costruire (non ricostruire!) per colmare un vuoto e pagare il debito con autori importanti, documentaristi di proprie storie, sobillati e vessati dal silenzio che intorpidisce.
 
Nomi, oggi, per alcuni. Fantasmi, molti di loro, che incedono a passi assenti o solo percepiti nel mare di parole vuote che esprimono un sud inesistente. Per quella che io chiamo pigrizia comoda dell’accademismo tronfio.
 
Tu non conosci il sud.
 
Una nenia che rimbomba e che inneggia ad una spiegazione. Se non ci fosse quest’impietosa sfida – tu, omino, omminnicolo sciasciano – tu, che pretendi di conoscere guardando un fico d’india, tu che pensi di sapere, solo leggendo un quadro di olivi tristi ed assiepati per farsi compagnia.
 
Ancora tu, che pensi che basti guardare l’interloquire tra due parlanti che gesticolano ed alzano la voce senza urlare. Che vestono i panni di lingue astruse e lamentose, simili alle terre dei cedri. Tu che ammiri palazzi barocchi. No, se pensi che questo sia sud, ti sbagli.
 
L’invito di Pierfranco e Marilena va oltre: è l’invito a scoprire e conoscere oltre, almeno qualche tassello in più, per riportare il senso reale, scandagliando stilemi, sintagmi e fonemi e tutta la grammatica strutturale di un territorio che è “metafisico” e surreale insieme, giacché coinvolge il presente di ogni tempo, il passato di ogni istante e le anime e gli animi di tutto un luogo, per renderne la veridicità nella sperimentazione di attimi, storie, spazi e tempi, effluvi di sensazioni e sensibilità.
 
Per scoprire una storia acerba sempre, amara e agrodolce, che ha il colore del sole, i cui raggi sortiscono l’effetto dell’unicità, brandendo la spada che fende l’atmosfera, pervade con la moltitudine di tonalità e lascia nude moltitudini e vite, essenze ed esistenze.
 
E si scopre che esistono tanti sud, tante anime, tanti momenti in relazione alle prospettive, di cui operare il montaggio e costruire una storia che è essenzialmente cultura. Che è fatta di Culture.
 
Carmen De Stasio
 
 


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