Carmen De Stasio
Sabato 8 Agosto 2009
Tu non conosci il sud - ammiccava con rabbia ad un tu assente Bodini, poeta viaggiatore e vagabondo del mondo. Similmente, si potrebbe osare la stessa fremente affermazione per la piazza, il simbolo chiave di un modo di sentirsi o di essere sud. O sempre a sud rispetto ad altri od altro. Palcoscenico romanzato della vita, teatro raccontato, percepito, avvertito, sognato, una silloge di quanto accade nell’esistenza, fuori dal corpo, ma dal corpo mimato a rappresentare gesti quotidiani, resi nobili da voce e ritmo, cadenzati ed impostati con sinuosità e vigore.
E dunque storia. La medesima storia che emerge dall’opera di Pierfranco Bruni e Marilena Cavallo: un rappresentare la voce molteplice di poeti interpreti dei respiri e degli sguardi nella piazza, luogo di incontro casuale ma non accidentale.
La piazza, come ben inciso, emerge come luogo non solo della prospettiva di parola-incantamento, come espressione di poesia. Essa è anche luogo sincretico di percezioni sensoriali, il luogo della polvere, delle rocce rese polvere. Economia e centro di diffusione antropologica, da cui l’uomo parte e dove ambisce a tornare, anche solo con il ricordo, che, talora, ne gonfia le immagini, o le trasla in un vissuto solo pensato.
Centro di propagazione e diffusione, mai in dissolvimento, giacché sebbene mai più solcato, esso resta il luogo d’eccellenza, porto da cui salpare per solcare nuovi mari e conoscere oltre il sé.
La piazza della parola, dove ogni discussione, ogni sillaba è cadenzata e si rende poesia.
Frammenti di vite da scoprire essenzialmente quando la piazza è vuota. Quando nel buio si ascolta il vento ed un ossessivo cicaleccio di rumori in sottofondo si confonde nel suono oscuro e misterioso del silenzio che gioca con le ombre.
Quella che si va a svolgere nel libro-silloge di Pierfranco e Marilena è – rincorrendo i versi di una poesia di Alfonso Gatto – una storia di pietra e di acqua, composta da briciole di un tempo perduto, trascorso sul filo della dimensione diacronica; o rubato; o in incessante e progressiva oscillazione, che si lascia contaminare dalle fasi di esperienza altra, di vite altre, di momenti sintetici altri. Condizione, questa, necessaria anche a rendere credibile il percorso a partire dal centro propulsore. Dalla piazza. Luogo diletto per gli artisti del pensiero che in ogni tempo hanno ritenuto concedere una forte simbologia alle rappresentazioni visive e sensoriali nella metamorfosi da visibile a interpretabile.
Così procede la scrittura nell’opera dei due autori: una scrittura che, parafrasando Barthes, raggiungerebbe l’acme dell’estetica se potesse essere “parlata”.
Il testo è uno squarcio sintetico sensibile, interpretativo, descrittivo su (alcuni) poeti che nell’Italia del Novecento hanno con veemenza e forti accenti emozionali e scientifici trattato della piazza e, al contempo, hanno dilatato la loro riflessione inserendovi tasselli e pulviscolo assente-presente delle esistenze soggettive, in una sorta di drammatizzazione delle vibrazioni sensibili attuali che avvolge il passato e il presente con lo sguardo ammiccante ad un futuro dall’inquieto aroma dell’incognito.
L’opera è un costrutto che si dipana da una tensione che coinvolge l’artista che si avvale di una consapevolezza totale, integrale, per riunire in un’immagine metaforica, metafisica e di insieme geometrico, le pulsazioni di ogni tempo e di ogni spazio, “illuminate” dalla ricerca-azione di un significato, di una motivazione che sia storia indelebile. Amara, dolce, tormentata. Ma il percorso di un poeta è tormento esso stesso, poiché il poeta-parola vede lì dove lo sguardo dell’uomo comune non spinge per sentire oltre.
Pierfranco e Marilena veicolano una parola-verso di poeti che rappresentano in un simbolico bianco-nero piazze illuminate dai lampioni, silenziose nei notturni, dove la musica è il silenzio e nel silenzio si colgono le voci che emanano dal selciato come ricordi confusi ed amalgamati, che si sollevano al vento in un tempo che è attaccato inesorabilmente al tracciato esistenziale. Che ci appartiene, pur non appartenendoci mai davvero.
Non è l’urlo straziato di nostalgia, ma una sorta di Nostàlgia-archetipo universale che crea un continuum palindromico e sinestetico tra pietre, acqua, la luce accecante del sole nel giorno e la luce abbagliante dei lampioni la notte. E il poeta diventa la voce delle cose.
La piazza si rivela nell’immagine di un treno in corsa, eppur in costante attesa del poeta-viaggiatore. Luogo di incontro e di incontri casuali, che si avvicendano per l’uomo che propaganda se stesso e si mette in vendita con il suo isolamento-isola-soloismo inquieto, che cerca un appiglio sicuro e fedele.
Fermarsi significa confondersi.
E dunque, ricordare per non morire: quando la piazza-storia-tempo-spazio smette di comunicare, subentra il silenzio astrale e le pietre nulla hanno più da infondere, se non il senso di estrema solitudine. Ed è fine. Morte. Senza più tempo. Anche se il Tempo continua. Il luogo resta; recalcitrante il poeta, il quale solca il mare eterno dell’esistenza; dal vascello in alto mare percepisce la rotta, volge lo sguardo-pensiero indietro e intorno e coglie la linea dura degli scogli e delle rocce, la sinuosità di luoghi lontani, sussurrando parole innocenti nel vento (come sarà adesso la piazza, il paese, quel tempo senza di me?).
Nuove essenze, nuove entità traverseranno quei luoghi. La fantasia aleggia ed è un fantasma che là giunge da un lontano indefinito.
Sovente, nel ritorno le sensazioni si intrecciano. Chi ricorda pur senza la sensibilità del poeta ha lo sguardo mesto dell’abbandono, di un pensiero che ricongiunge fili ed induce ad una meditazione di un tempo trascorso=infanzia perduta, che imprigiona e vincola entro congetture programmate.
Ma la poesia è libertà contro i silenzi che uccidono (Bodini squarcia il silenzio dei suoi pensieri in un dolce-amaro “Qui non vorrei morire dove vivere mi tocca”. Rocco Scotellaro parla dalla propria prospettiva di una piazza a sud che conserva l’impotenza delle parole e solleva il suo canto come grido sommesso “Mamma tu sola sei vera e non muori perché sei sicura”).
Urge il distacco fisico per svelarne la motivazione. Dall’interno l’orizzonte non può essere percepito. Occorre abbracciarsi e dirsi addio, per scoprire poi quanto sia splendido tornare fugacemente, abbracciarsi ancora e darsi il bentornato. E sparire ancora nello spazio-tempo come l’eterno Ulisse che scarica la propria storia di viaggi sull’arenile, bagaglio in spalla per decollare nuovamente nella libertà di un gabbiano.
Nella memoria i tempi contaminano i tempi, gli spazi diventano fogli illeggibili e stropicciati dal vento che soffia seguendo una rotta bustrofedica. Sensi e pensieri si confondono e sollevano polvere sull’immagine del poeta, che scompare, infine. Ciò che resta è la parola-memoria. Ciò che resta è Poesia.
Carmen De Stasio