Carmen De Stasio
Sabato 6 Giugno 2009
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Come una sinfonia corale, il racconto lungo ha un inizio piano, sconvolgente nella sua piattaforma di tenue densità. Lo spartito va colorandosi di tonalità sempre più incisive e lo spazio dà forma a lettere, vocali, consonanti che si susseguono e si inseguono a creare frasi, periodi sempre più forbiti ed intricati, fino a formare un groviglio verticale, straziante viluppo di emozioni, che si impregnano di visioni che si catapultano sulla pagina bianca e rendono la percezione a pelle di straziante vigore. E’ l’ultimo lavoro di Enza Piccolo, un piccolo trattato di storia intima e comune, un inebriante senso di appartenenza che coinvolge anche nelle distanze spaziali.
La storia parte da lontano, raccoglie suoni e voci di un passato personale, raccontato in prima persona, come se a dipanare quel volo temporale fosse la stessa autrice, che costruisce con mano sapiente un pezzo vago del percorso comune, lo raccoglie in uno scrigno e lo offre a chi vuol intendere, a chi abbia voglia di riflettere.
Quando il passato diventa un’ombra opprimente, che si desidera spazzar via perché gravoso è il fardello, scomodo e disturbatore di tranquillità “finalmente” acquisite, cosa accade? Accade che, anziché chiudere sbadatamente la porta alla memoria, essa viene risucchiata, fagocitata, analizzata, radiografata, approfondita. Scarnificata da orpelli addizionali ed edulcorata da circostanze dirette o imposte (di comodo) ed appare, infine, netta nella sua cornice storico-temporale. L’immagine che appare è quasi violenta nella sua immediatezza. Così Enza Piccolo arriva a compilare quello che definisco il suo piccolo capolavoro letterario. Non una scrittura di pancia, o, almeno, non solo quello.
L’autrice elabora a partire da una densa concentrazione cerebrale. Un parto che nasce da una spirale di riflessioni che si traducono in testo letterario, si contorce sempre più e riesce con innata capacità ad agglomerare in un continuum di mente e odori, sprazzi di chiusura, storia conosciuta e storia piccola, dentro e fuori. Una storia di donna comune. Una comune storia di donna. La Grande Storia è la cornice di una condizione al femminile sempre attuale. Parlo di Donna, quella che pensa, che si vive, che vive i propri respiri e i propri aneliti; che si riconosce da lontano e tra le pagine di un libro perché tratto emblematico di razionalità e forza di recupero.
L’autrice, ferma nelle intenzioni profonde che la sospingono a trattare una materia tanto impregnata di squallida materia, quanto fervida nella capillare descrizione delle immagini che si vivificano all’interno, evidenzia in maniera liberatoria le sonorità di una storia che si sviluppa attraverso personaggi e vicende sconvolgenti e reali una serie di sensazioni concentrate nel viluppo deflagrante di una scrittura che si palesa nel suo essere convulsa e allo stesso tempo lineare, chiara e chiarificatrice. Quanto meno, per chi desideri andare a fondo e leggere tra le parole. Caratteristica questa mediata dalla grande scrittura arrabbiata, silenziosa, evocatrice del novecento.
Le parole si trasformano in rocce scagliate verso un orizzonte proprio e tendono a svelare spazi emozionali forti: con scaltrezza Enza Piccolo media tra gli interstizi della memoria, compone quegli spazi come pezzi di mosaico, li adagia su un piano di lettura libero da sovraccarichi superflui e da pause. Ecco la valenza di quello che definirei luogo di espressione ideale per una scrittrice prolifica, che ama coinvolgere nel proprio sentiero le altrui menti. Si potrebbe parlare di scrittura metafisica, un verso drammatico, un monologo interiore anche lì dove apparentemente agirebbe la struttura del dialogo. Ellittico, abbondante di chiavi di lettura, senza essere mai pleonastico e ridondante.
Non esaltazione mitica, ma rude concretezza, sebbene talora, tra gli spazi fulgidi e vigorosi di potente e prepotente angoscia, riaffiori qui e là quella tragica esperienza dell’esser femminino che va a sovrastare il suo silenzio con un affascinante quanto agghiacciante ed inquietante esaltazione del mutismo. Si chiude a riflettere Enza Piccolo e sembra che le sue dita, prolungamento di una mente munifica, prendano via via un percorso diverso dalle intenzioni, perché il suo modo spinge al di là della scrittrice e apre scenari che lei-donna vuole mostrare e condividere. Per vincere timori e sopraffare (non sconfiggere, un sogno!) la (paura della) solitudine. Allora il fare diventa la strategia per vivere e dare senso al vivere. In ogni situazione emerge l’essere femminino di ogni tempo, una visione esemplificata mediante la tecnica del continuo procedere dall’esterno all’interno e ancora dalla traduzione ed esplicazione di un mondo che spinge all’autoaffermazione e alla scoperta finale.
La strategia adottata è il fluire scomposto di parole che raccontano di eventi che danno spiegazione del caos che viene addirittura apprezzato. Come un impetuoso scorrere di acque esplosive oltre gli argini, vagano libere e, infine, libere di inondare luoghi e tempi, intimi mondi e occhi che guardano con inquieto stupore verso un passato che non potrà essere sottoposto a stralci di mutazione, ma che potrà essere spiegato nel dopo, nel quale troverà spiegazione. E’ la forza della memoria e degli occhi che di quella memoria sono stati l’obiettivo dissacrante e veritiero. Ma che alla luce dell’oggi sanno anche darne definitiva forma.
Si tratta di un racconto lungo, la cui storia, o meglio, le cui storie come tessere di un grande mosaico ripercorrono le vicende fisiche e i mutamenti psicologici della medesima protagonista lungo un arco di tempo che procede dalla seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni. Una lettura che procede, come le storie che si intrecciano in continui flash-back che rinvigoriscono la trama attuale e spingono affinché nel lettore si chiarisca la personalità della protagonista. Dicevo, una descrizione che si percepisce lungo il racconto, che occorre di volta in volta recuperare perché, nel dipanarsi degli eventi che avvengono e sconvolgono la stessa vita della protagonista, occorre recuperare per comprenderne il cambiamento.
L’autrice, pur da narratore onnisciente, visibile nel proseguire con un uso del verbo al passato, come se la protagonista fosse ormai ombra che spinge tra le pagine, indugia tra gli interstizi a rendere incisiva la scrittura con insinuanti dialoghi e sprezzante offre talora la propria voce al silenzio per lasciare che sia la protagonista a rendere la sua voce. Ed in questo l’autrice dà un saggio della propria maestria a gestire il salto armonioso e mai sconvolgente. Come se avvenisse qui e là una silenziosa e confidenziale confessione tra Lydia (la protagonista) ed Enza (la scrittrice). Avviene di colpo un mutamento anche nella voce, che pare udirsi potente tra le pagine con completa profonda sofferenza, per poi accucciarsi in un angolo e lasciare che le descrizioni emozionali suscitino quell’alone di marcata storicità agli eventi, fondamentali tasselli della storia di Lydia.
L’autrice presenta ed introduce coloro che come ombre compaiono a modellare la personalità della donna. Il padre Klaus, la compagna sostituta Ingrid, mai seconda madre di Lydia. La storia degli eventi mondiali e la storia di tutti i giorni, piccola, umana e disumana, con le sue ridondanze e le crepe. A rivelare che la famiglia è ventre protettivo e distruttivo.
Come genere quest’ultimo libro di Enza può avere una molteplice di collocazione: è biografia, giacché da subito emerge la figura di carattere unico sul palcoscenico eclettico degli eventi che va delineandosi sin dall’inizio. Presenta altresì tutte le caratteristiche strutturali di un racconto di vita con gli intrecci storici necessari a rendere l’inquietudine della storia che si svilupperà. E’ storico, sebbene non i fatti nella capillare descrizione sono narrati, ma nelle sensazioni che come strascichi dipinti di ovvietà restano. Come un film sulla guerra che (si) racconta nel dopo. Che non è mai gioia, ma fatica, senso di dispersione e desolazione. Impotenza. Sì, si potrebbe parlare di storia vittoriosa ma vissuta con l’amaro in bocca, perché chi vince è sempre l’eroe solo e solitario pur non anelando a tale condizione, che val bene solo lo zoom al cinema.
Ancora, si tratta di una storia di formazione a duplice ramificazione e, dunque, con una valenza che investe su due rami distinti eppur simili la protagonista ed il lettore, che vive con lo stesso manifesto spasmo gli eventi, divenendo egli/ella stesso/a Lydia (Madame Bovary c’est moi! urlava Flaubert); condivide gli eventi, vive il tanfo del luogo umido e la polvere dopo la corsa spasmodica. Il silenzio ed il pulviscolo che si genera dopo aver spazzato via da sé lo sporco ed il sudiciume dall’anima, ma non dal corpo. Il corpo soffre senza chiedere aiuto. Ma il lettore vive tutto ciò con la medesima frenesia che invade le pagine. Alla fine chiude il libro stremato, stanco. Il pensiero riflessivo dinamico corre.
L’ultima pagina non decreta la fine, ne traccia il segno, come un’ombra vacillante. E sopraggiunge una duplice domanda ossessiva: perché si ricorda, come si ricorda?
La protagonista guarda alle vicende che l’hanno condotta al suo essere contemporaneo (cosa accadrà dopo non è dato di sapere) attraverso le immagini del suo passato che scorrono nello specchio della memoria. Ella se ne nutre, percependone i tratti e gli influssi. Le immagini scorrono veloci in un movimento elastico che va avanti e in dietro, secondo un ordine precostituito, ma all’apparenza casuale e scomposto. La descrizione di fatti avvenuti si rivela efficace attraverso la strategica omissione di dettagli storici, di situazioni rivissute attraverso mezzi esaustivi della indagine sensoriale. Una combinazione originale di ricordi e frammenti di vite che rendono la integrale verità della sua storia. Di Lydia. Di ciò che è la Lydia attuale. Mortificazione dello spirito nella ricerca, lancinante ferita nella scoperta.
Nella strutturazione del racconto sono talora volutamente assenti particolari specifici, che emergono nella loro distruttività proprio nella capacità di anticipare e sottintendere qualcosa che avverrà. Si avverte l’ansia e l’inquietudine. Personaggi paralleli vanno delineandosi a creare e rendere più incisiva la crescita della visione globale. L’autrice mantiene la flessibilità del raccontare attraverso l’obiettiva sequenza intricata dei punti di vista, esplicitati attraverso varie voci, equivalenti a tempi e spazi definiti che all’unisono creano la giusta cornice e l’atmosfera al dipanarsi degli eventi esterni ed interni alla persona.
Un racconto storico e di crescita. Un’autoanalisi per spiegare e spiegarsi. Ecco perché si ricorda. Gli occhi diventano il ventre della memoria, risucchiano le visioni e le sensazioni rimandate dall’esterno, le accantonano in un angolo nascosto. Occorre poi che qualcosa venga a tormentare nel presente e scuotere la corda che tende il velo su quelle cose e quegli aromi e in un momento il velo si libera, riportando alla luce accecante l’essenza delle cose. Una grande storia di storie di donna. Donna nella storia e donna della storia, come se in fondo l’autrice e Lydia stessa non fossero altro che pretesti per rammentare che oltre la coltre dei grandi eventi tutto ha uno sviluppo personale, ma la sofferenza dell’esser femminino volge sempre a spirale su se stessa.
Carmen De Stasio