Francesco Lenoci
Lunedi 23 Marzo 2009
MILANO - Osserva don Tonino Bello: “Purtroppo, la nostra vita cristiana non incrocia il Calvario. Non s’inerpica sui tornanti del Golgota. . . .
Abbiamo attaccato con riverenza la croce alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini in Chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi dalla sua logica.
L’abbiamo isolata, sia pure con tutti i riguardi che merita. È un albero nobile che cresce su zolle recintate: nel centro storico delle nostre memorie religiose; all’interno della zona archeologica dei nostri sentimenti.
Ma troppo lontano dalle strade a scorrimento veloce, che battiamo ogni giorno.
Dobbiamo ammetterlo con amarezza: abbiamo scelto la circonvallazione, non la mulattiera del Calvario.
Abbiamo bisogno di riconciliarci con la croce e di ritrovare, sulla carta stradale della nostra esistenza pianeggiante, lo svincolo giusto che porta ai piedi del condannato”.
Le parole di don Tonino Bello rivelano la presenza di un uomo di cuore, capace di indignarsi . . . . di un poeta, di un profeta, . . . . di un santo, disponibile a fare strada insieme a noi . . . .a portare sulle sue spalle anche le nostre croci.
C’è una meravigliosa richiesta di don Tonino Bello, che mi piace citare sempre: “Non risparmiarci, Signore, la gioia degli incontri decisivi che abbiano il sapore della prima volta”.
Oggi, quarta domenica di Quaresima, siamo riuniti, a Milano, presso la Chiesa di San Ferdinando (la Chiesa della Bocconi) per un incontro “decisivo”: per riflettere su una meravigliosa lettera quaresimale di don Tonino Bello, datata 31 marzo 1985.
Il mio amico Agostino Picicco me ne ha dato copia circa un mese fa. Leggendola, ho avvertito netta la sensazione che quella lettera quaresimale, così lontana nel tempo, ma altrettanto straordinariamente attuale, . . . . riguarda me, proprio me . . . concerne il mio futuro. Mi fa capire delle cose che non avevo mai messo perfettamente a fuoco.
Don Tonino Bello parla del Venerdì Santo.
Dovete sapere che, quando frequentavo la prima media, presso l’Istituto “Amedeo d’Aosta” di Martina Franca, avevo un insegnante di religione, don Romano, che ci fece fare una ricerca: dovevamo individuare i nomi delle divinità oggetto di culto dai vari popoli che avevano fatto la storia dell’umanità.
Riuscii a trovarne più degli altri miei compagni di classe e ottenni, come premio, una Bibbia.
Su quella Bibbia lessi qualcosa che mi colpì molto: il Venerdì Santo era un venerdì 7 aprile.
Ieri, ho fatto una ricerca su Google: varie fonti sostengono che il Venerdì Santo era venerdì 7 aprile (dell’anno 30 dell’era cristiana).
Ebbene, io sono nato il 7 aprile!
Ma il 7 aprile del 1958 era un Lunedì dell’Angelo, il giorno dopo Pasqua: un giorno di festa, di gioia e di letizia . . . . per definizione!
Come può mai raccordarsi con un giorno di tristezza, dolore e sconforto quale il Venerdì Santo?
È riemerso il dubbio di sempre: il giorno del mio compleanno, la mia anima deve essere colma di gioia o in preda alla tristezza?
Scrive don Tonino Bello nella citata lettera quaresimale: “C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo: da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia”. Per don Tonino Bello - un grande profeta – “è una delle più luminose”.
E spiega perché, come sempre in maniera meravigliosa. “Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.
Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo.
Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio”.
Conclude don Tonino: “Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. C’è anche per te una pietà sovrumana. . . . Coraggio. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga”.
“Coraggio, comunque”, dice in un altro scritto don Tonino. . . . “Noi credenti, nonostante tutto, possiamo contare sulla Pasqua . . . . La Pasqua è il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. È l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. È l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse più giungere e che, invece, corre di bocca in bocca, ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto, che scatena abbracci nel cenacolo. La Pasqua è la festa degli ex delusi della vita, nel cui cuore, all’improvviso, dilaga la speranza”.
Ma, ammonisce don Tonino Bello, “la speranza non si enuncia: la si vive e la si testimonia . . . . pagando un caro prezzo”.
Concludo, affermando che ho capito due cose fondamentali.
Il Venerdì Santo, più che “antifesta”, è preludio di speranza, metafora del “cadere e rialzarsi”.
Una volta in piedi, al Golgota si va in corteo, avendo voglia di fare strada assieme agli altri e invocando l’aiuto di qualcuno che ci sorrida dal Cielo.
Sia lode e gloria al Signore.
Francesco Lenoci
Vicepresidente Associazione Regionale Pugliesi – Milano
Docente Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano