Giuseppe Giacovazzo
Sabato 21 Marzo 2009
BARI - Molte cose lascerei volentieri sepolte nella memoria se non mi tornasse in mente quel monito appassionato di Corrado Alvaro: “Scrivete, testimoniate, scrivete i ricordi, non per noi ma per chi viene dopo di noi”. Di Peppino Di Vittorio potrei anche dire che l’ho conosciuto. Ma sarebbe una presunzione.
.jpg)
Giuseppe Di Vittorio
L’ho solo, come dire? “pedinato” una mattina di settembre del 1951, alla Fiera del Levante, tra uno stand e l’altro. Lo seguii passo passo mentre scambiava battute col ministro Campilli, che De Gasperi aveva messo a capo della Cassa del Mezzogiorno.
Anni ruggenti della politica meridionalista. Ricordo un rapido scambio tra i due. “Ho due milioni di disoccupati, disse Di Vittorio, cosa ne facciamo?”. E il ministro con accento romanesco: “Se sono operai specializzati te li assumo domani”. Ma erano cafoni. E già cominciava il grande esodo.
Ero corrispondente del Popolo, il quotidiano sturziano rinato dopo la guerra. Quella minuscola mia nota da Bari finì in fondo all’ultima di cronaca.
Vedendo le due puntate della fiction tv non sono riuscito a farmi criticamente un’idea del film. Forse perché ero facile preda emotiva di quel racconto così pieno di umanità, di dolore: la vita dei braccianti era dura al mio paese nel dopoguerra, si scioperava per rivendicare la giornata delle otto ore, non più “da sole a sole” com’era da secoli.
Mi ha incantato la passione oratoria del Nostro, resa fedelmente dal bravo attore Pierfrancesco Favino. Mi è sembrato di rivederlo nelle grandi piazze gremite di Puglia, a Ruvo, dove i vecchi contadini l’ascoltavano religiosamente, abbarbicati alle sedie della Camera del Lavoro, con quelle mani nodose, i volti scavati, come li ha dipinti per sempre il compaesano Domenico Cantatore.
Fu capolista in Puglia Palmiro Togliatti, freddo, razionale, graffiante. Ma era Peppino che trascinava le folle. La stessa gente che nella stessa piazza ascoltava assorta l’oratoria difficile del giovane Aldo Moro. C’era tra i due la reciproca intuizione di una grande statura morale, prima che politica, percepita in profondo dalla coscienza popolare, anche dai più semplici.

Palmiro Togliatti
Per onorare l’aureo consiglio di Alvaro, devo testimoniare un fatto che ritengo inedito.
È arcinoto il dissenso che amareggiò i rapporti tra Di Vittorio, leader indiscusso del sindacato, e Palmiro Togliatti, storico leader internazionale del comunismo.
Qualcuno ha notato che l’episodio del Comintern, riunito a Mosca nel 1929 presente Stalin, sia tutta una invenzione del regista Negrin.
E forse non ce n’era bisogno, se non per rincarare il rifiuto di Di Vittorio a unirsi nel coro comunista che bollava di “socialfascisti” i compagni socialisti. Molto efficace la figura di Togliatti che sale alla tribuna e ripete quell’accusa rovente per compiacere il dittatore, o forse per timore di contraddirlo.
La rottura più clamorosa tra i due avvenne per i fatti d’Ungheria (novembre 1956) quando i carri armati sovietici soffocarono nel sangue la rivolta del popolo di Budapest che Togliatti si ostinava a condannare come controrivoluzione fascista. La reazione di Di Vittorio fu rabbiosa, il cuore già malato gli scoppiava. Riferisco il racconto di un testimone, un brillante giornalista in fama di affabulatore nei caffè di Via Veneto (pur con qualche riserva per la sua tendenza a romanzare). Giancarlo Fusco, ghiotta firma del Giorno di Mattei, è scomparso da un pezzo.
Lo intervistai per il Tg1 in via Teulada. Ma solo off record mi confidò di aver assistito a una lite furibonda tra i due big. Peppino afferrò Palmiro per bavero e lo spinse al muro dopo avergli gridato in faccia tutta la sua rabbia. Togliatti pretendeva che smentisse il comunicato della Cgil di solidarietà ai rivoltosi di Budapest. Vinse Di Vittorio, irremovibile.
Ma il capolavoro politico del grande sindacalista di Cerignola fu la dissuasione delle masse comuniste che volevano paralizzare l’Italia dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948. Non so dire quanto sia fedele la ricostruzione che la fiction fa dell’incontro a tre con De Gasperi e Scelba nell’aula deserta di Montecitorio. E quel drammatico aut aut: “Voi fermate la polizia e io fermo lo sciopero”.
Certo è che Di Vittorio salvò l’Italia dalla guerra civile. In quel nodo cruciale della storia giganteggia la personalità carismatica di Peppino Di Vittorio.
Giuseppe Giacovazzo
(La Gazzetta del Mezzogiorno)